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Antonella Filippi - la dama di compagnia (seconda parte) PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 05 Maggio 2013 16:26

 

 
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LA DAMA DI COMPAGNIA

ancora un enigma per Sherlock Holmes (seconda parte)

di Antonella Filippi

Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 21 aprile 2013

 

 

Quella sera faceva freddo, nella sala da pranzo del Dinsford Arms, l’unico albergo del villaggio, in cui Holmes e Watson avevano deciso di fermarsi, mentre Lestrade tornava a Londra per l’incontro stabilito con il capo della polizia e per alcuni fatti che Holmes gli aveva chiesto di verificare. La pioggia primaverile aveva iniziato a cadere poco dopo il loro arrivo, innervosendo alquanto Watson, che a ogni goccia sentiva riacutizzarsi il dolore della vecchia ferita che gli era stata inferta alla spalla nella battaglia di Maiwand, nella seconda guerra anglo-afghana.
Anche vicino al camino acceso sentiva la schiena gelata e si irritava vedendo Holmes affrontare la cena con lo stesso entusiasmo che metteva nel risolvere un caso. Nonostante la sua figura quasi ascetica, che avrebbe fatto pensare a un derviscio penitente, Holmes amava il buon cibo, specialmente la varietà che si trova a colazione in terra inglese: rognone, uova strapazzate e prosciutto, pollo o pesce con riso al curry, pesce affumicato con cipolla e prezzemolo, uova sode con burro fresco, porridge d’avena, eglefino o merluzzo o aringa. A questo pensiero Watson si stizzì ancora di più. La preoccupazione gli chiudeva lo stomaco.
“Cosa avete, caro amico?” interloquì Holmes, riscuotendo il dottore dai suoi pensieri tetri. “Non apprezzate la cena che il nostro buon oste ci ha servito?”
“Non abbiamo fatto un solo passo avanti, non un indizio, un’idea…”
“A dire il vero di idee ce ne sono almeno quattro, ma…”
Watson strabuzzò gli occhi “Come quattro?”
“Per il momento non abbiamo dati certi, ma ognuna delle persone con cui abbiamo parlato oggi pomeriggio poteva avere un motivo per procurare la morte di Lady Helen: Sir Robert per risposarsi con la giovane Amelia Waterford, cugina della defunta e dama di compagnia; quest’ultima per consolidare la sua posizione sociale e accedere alla ricchezza dei Burton; Mr. Vance e la figlia per far soffrire Sir Robert, anche se il baronetto è di sentimenti piuttosto coriacei. Per il momento lascerei da parte solo il figlio, Mr. Thomas è un debole e mi sembra veramente devoto alla madre e alla sua memoria. Avrebbe più facilmente e più volentieri tolto di mezzo il padre, non crede?”
“Certamente, in questo modo sarebbe diventato il capo famiglia e avrebbe risolto ogni suo problema.”
“E non credo possa essere stato qualcuno della servitù, dove avrebbero potuto procurarsi un tossico così insolito? No, questo delitto mi sembra troppo personale.”
Gli occhi grigi di Holmes guardavano la tazzina del caffè, come se il liquido marrone fosse il velo che nascondeva moventi e opportunità. In certi casi viveva di caffè, tabacco, droga e nervi, ma in quel momento sembrava pacificamente assorto nelle sue valutazioni, tanto che Watson proruppe: “Faremmo meglio a verificare se nel parco si trovino arbusti o erbe che contengono ioscina e se qualcuno sa come usarle!”
“Caro Watson, come medico dovrebbe sapere che i boschi inglesi sono un invito a delinquere per chiunque abbia una minima conoscenza delle piante… Molti si curano ancora con impiastri e decotti insegnati loro da nonne e curatrici di paese e in questa farmacopea ci sono senz’altro ricette segrete per procurare aborti, moria di animali e insospettabili dipartite. Come scriveva Paracelso, “Omnia venenum sunt”. Le stesse patate, che ormai da due secoli vengono a trovarsi nei solidi piatti britannici, possono essere tacciate di veneficio. Quello che dobbiamo accertare non è “cosa”, ma “come”: questo ci porterà a “chi” e “perché”. E adesso, caro amico, la prego di finire il suo pasto, il nostro anfitrione la sta guardando da un po’ con aria perplessa, certamente chiedendosi perché il signore londinese non apprezzi la sua cucina.”
Watson lanciò un rapido sguardo verso l’oste e si dispose a finire la cena.
“Quando avrà terminato potremo trasferirci nel salotto, che pare un po’ più caldo e silenzioso, e raccogliere i fili di quanto abbiamo sentito oggi.”
Watson annuì, pensando con gratitudine al calore del fuoco e al sigaro che teneva in tasca.
Quando si trovarono comodamente installati nelle capienti poltrone che fronteggiavano il grande camino della sala da fumo, opportunamente soli, dato che quasi tutti gli ospiti si erano ritirati nelle loro stanze, spesero qualche minuto ad accendere rispettivamente la vecchia pipa di argilla nera e il profumato sigaro di tabacco bengalese. Watson, che per una volta aveva lasciato da parte il solito trinciato, assaporò lentamente il sigaro prima di accenderlo, poi disse a Holmes: “Caro amico, vuole illuminarmi circa le sue deduzioni? Di quanto ho sentito oggi, nulla mi pare in grado di fare luce sulla morte di Lady Helen.”
Dopo un lungo silenzio, Holmes espose: “Sir Robert è pletorico e iracondo, ma la sua costituzione sanguigna e il suo aspetto florido contrastano con labbra e unghie dalla leggera sfumatura blu, indice di una tendenza cardiaca.”
Watson guardò allungarsi la cenere scura e compatta del sigaro e disse, scuotendo la testa: “Non l’avevo notato. Le cause possono essere molte, e non solo cardiache..”
Holmes proseguì, come se non l’avesse udito: “Forse l’avvicinarsi della soglia fatale ha fatto sentire a Sir Robert il desiderio di riprovare le sensazioni della giovinezza, di essere gaio e leggero, ma la morte di Lady Helen contrasta con l’attitudine del baronetto, così diretta e aggressiva. Non posso escluderlo ancora, ma penso che, se avesse voluto rimanere provvidenzialmente vedovo, avrebbe scelto un modo più consono al suo genere.”
“Allora non restano molte persone, ma anche l’attuale Lady Burton…”
Holmes lo interruppe: “La signora ha una peculiare carnagione, sospetto che faccia uso di preparati all’arsenico per migliorare l’aspetto del volto e avere il pallore sentimentale che va tanto di moda. Forse usa altri composti che contengono scopolamina…”
Watson interloquì: “Adesso che ricordo, la signora aveva le pupille dilatate e fisse, l’occhio brillante… so che ancora si fa uso di colliri che allargano la pupilla e rendono più attraente e sognante lo sguardo, ma sono a base di estratti di belladonna o giusquiamo oppure stramonio, piante velenose molto diffuse lungo le strade campestri e ai margini dei boschi, e non dubito ci sia chi ne raccoglie per scopi non solo leciti.”
Holmes lo guardò con un lieve sorriso e riprese: “Allora vede che per ora non possiamo escludere nessuno? E anche la nuora di Sir Robert e suo padre sono annoverati tra i sospetti: lei perché frequentava la casa e lui perché avrebbe potuto fornirle la sostanza con cui avvelenare Lady Helen.”
Watson arricciò i baffi in uno sbadiglio: “Mi pare non ci sia molto su cui basarsi, forse dovremmo saperne un po’ di più sul passato di queste persone, che possa illuminare sui possibili moventi…”
“Certamente, ma anche del presente sappiamo ben poco, e questo deve bastarci per ora. Vedo che è stanco, caro amico. Rimandiamo a domani mattina ulteriori esercizi di osservazione e speculazione.”

La mattina seguente, anche se non era per niente mattiniero, Holmes scese a colazione molto presto. Dopo il pasto voleva fare una visita a Mr. Thomas e alla moglie e poi anche a Mr. Vance. Senza attendere Watson si dedicò a decimare uova, salsicce, rognoni, funghi e fagioli in salsa di pomodoro per terminare con porridge, formaggio, una fetta di torta e un’ampia scelta di pasticcini, innaffiati da tè e caffè.
Piacevolmente ristorato, si fece spiegare dall’oste compiacente la strada per recarsi alle sue visite.
La casa di Mr. Thomas e consorte era un cottage a due piani in mattoni rossi e pietra arenaria, circondato da un muro e costruito nello stile imperante in quegli ultimi anni, con la porta incorniciata da rose e un ampio giardino pieno di erbe e fiori ben disposti in aiuole simmetriche, con uno stagno –quasi un giardino d’acqua, vista la presenza di numerose piante acquatiche e pesci rossi– e una voliera. La domestica dei Burton lo fece entrare in casa e Holmes notò le travi a vista in rovere, l’elegante camino e il bel paravento cinese laccato, ma fu colpito negativamente dall’abbondanza di fiori recisi e di quelle che definiva le “cianfrusaglie della prosperità”. In un vaso erano disposti trifoglio bianco, achillea, lobelia, aconito e un papavero viola scuro, quasi nero; in un altro, posto di fronte alla fotografia di una giovane donna, delle calendule, un ramo di rosmarino e uno di ruta; in un altro ancora foglie di castagno, una peonia, rose e garofani gialli, e papaveri dello stesso colore.
Mrs. Burton lo salutò con voce allegra: “Buongiorno, Mr. Holmes, vedo che anche lei è un amante delle prime ore del mattino! Se è venuto a trovare Mr. Thomas non lo troverà, è partito per Londra molto presto, come tutti i giorni, d’altronde. Non penso sia passato di qua per caso, non è vero? Si accomodi, faccio portare del tè e dei muffin, la cuoca è davvero formidabile, sarebbe degna di servire la nostra regina, anche se immagino che lei abbia stuoli di cuochi nelle sue cucine…”
Holmes si intromise nella conversazione a senso unico dicendo: “Ne sono certo, ma sono venuto solo per farle alcune domande. Suo padre ha detto che lei ha visto Lady Helen il giorno prima della sua morte, ma che, durante la visita, si è sentita male…”
“Sì, che sciocca, stavo per svenire, a volte mi spavento per un nonnulla, sono così sensibile… Lady Helen mi ha fatto sdraiare sul divano del suo salottino e con i sali ammoniacali mi sono ripresa dal capogiro in men che non si dica. Certo, se fosse stato per Amelia mi avrebbe lasciata per terra, se ne stava lì con le labbra strette e lo sguardo corrucciato, e come guardava Lady Helen! E adesso mia suocera è morta e quella virago l’ha sostituita…”
Holmes riprese: “Ha notato qualcosa di particolare?”
“Lady Helen sembrava davvero preoccupata per me e richiamò duramente Amelia per la sua insensibilità e superbia, ma lei uscì dalla stanza così sdegnosamente e dicendo cose talmente poco comme il faut, che… bah, non voglio pensarci più!”
Holmes depose la tazza e si alzò: “Non voglio risvegliare ricordi spiacevoli, signora. Devo tornare in albergo, il dottor Watson sicuramente mi aspetta, ma prima passerò da suo padre.” E con un rapido “Buongiorno” si allontanò da Mrs. Burton.
Poche case più in là si trovava la dimora di Mr. Vance, più discreta e meno moderna, risalente all’epoca precedente, in cui i giardini erano più liberi di crescere in modo meno curato. L’uomo lo accolse in casa con rude gentilezza e lo invitò ad assaggiare un distillato di frutta e spezie, preparato da lui stesso.
“Questo alambicco mi aveva seguito per anni, mentre servivo nelle Colonie” disse, raddrizzando le spalle, come in ricordo degli anni militari “ma l’anno scorso è andato in mille pezzi e questa è l’ultima “acqua beata” che ha prodotto.”
Holmes si guardò attorno. Il cottage aveva un solo piano e la stanza in cui si trovavano era arredata in modo molto spartano, ma sul tavolo e su alcune mensole facevano mostra di sé dei vasi pieni di fiori, gli stessi che si trovavano a casa di Mrs. Burton.
“Sua figlia ieri ha detto che è orfana di madre da molti anni…”
“Sì, mia moglie non ebbe mai una gran salute, dopo la caduta dalle scale… Lavorava come cameriera e in quel periodo io ero lontano e anche quando venni a saperlo non potei tornare in Inghilterra…” Scosse la testa, come per allontanare un pensiero doloroso. “Se fossi stato qui forse… e lei dovette cavarsela da sola con Marion, io mandavo loro quello che potevo, ma lei morì prima che..”
Rendendosi conto di aver risvegliato una sofferenza forse mai sopita, Holmes si alzò e prese congedo da Mr. Vance, che lo invitò a tornare a trovarlo, fino a quando si fosse fermato a Dinsford.
Ritornato sui suoi passi e camminando sui suoi pensieri, Holmes arrivò presto all’albergo. Watson stava uscendo in quel momento e, mentre erano sulla soglia del Dinsford Arms, videro arrivare un calessino, dal quale scese un lacchè mandato da Burton Commons. Lady Burton chiedeva all’investigatore e al dottor Watson di raggiungerla subito.
Sir Robert era morto.

(fine della seconda parte)        





                                     
 
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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 

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Ultimo aggiornamento ( Domenica 05 Maggio 2013 16:45 )
 

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