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Silvia Perugia - il rospo e la farfalla PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 30 Novembre 2012 08:27
 
 
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IL ROSPO E LA FARFALLA
(da Racconti nel vecchio giardino)

di Silvia Perugia

Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 18 novembre 2012

 

 




Nel vecchio giardino, l’antica fontana era  ricoperta da un velluto di erba brunastro e nella poca acqua della sua vasca marmorea galleggiavano alcune foglie rinsecchite per il lungo inverno. Si trovava in quel luogo da centinaia di anni, il suo marmo non era più bianco e aveva la testa e le braccia usurate dal tempo. La statua era stata testimone di molte storie accadute nel giardino e ai piccoli animali, che chiamavano la fontana Dea per il suo aspetto di donna, piaceva ascoltarle.
Era il primo, tiepido sole di Marzo, la comunità degli animali del giardino, malgrado si avvertisse un odore di primavera, non aveva il coraggio di uscire dalle tane  per il sinistro suono che, rimbombante, non prometteva nulla di buono e spaventava molto: << Tic tac, tic tac >>.
Un topolino << Snif, snif >>  annusando l’aria dalla piccola crepa nel muro di cinta dove era la sua casa, si fece coraggio e uscì.
Si avvicinò all’enorme cosa che faceva tutto quel rumore << Tic tac, tic tac >>. Il piccolo roditore fece un balzo indietro: quel  mostro era molto pericoloso!
- Non aver paura, è soltanto un vecchio orologio a pendolo. Qualcuno lo ha gettato qui. _ Disse la fontana al topolino.
- Davvero? A cosa serve? Chiese il roditore.
- Segna il trascorrere del tempo, gli umani non ne possono fare a meno per vivere. Il vostro tempo è la natura, con le sue stagioni; i suoi colori e i suoi odori sono una guida per il vostro istinto e questo permette la conservazione della specie. A questo proposito mi viene in mente una storia accaduta tanto tempo fa._ Disse Dea e raccontò:
 In uno stagno, al di là del muro, una farfalla si dibatteva, prigioniera di un retino da pesca, cercando invano di liberarsi. Un rospo, saltando qua e là, andò a sbattere con le sue zampe sul manico del retino che si alzò da terra e permise alla farfalla di volare via.
- Grazie! Grazie!_ Disse la farfalla al rospo che non si era nemmeno reso conto della sua eroica impresa.
- Come mai sei finita là dentro? Chiese il verde animale.
- Stavo volando insieme ad alcune mie sorelle quando, improvvisamente, qualcosa mi ha imprigionato e non sono più riuscita a liberarmi._ Rispose la farfalla che si mise a svolazzare attorno al rospo come se fosse un profumato fiore.
- Vivi qui? Come mai? _ Chiese il leggiadro animale al rospo.
- Ci sono nato e anche mio padre e mio nonno, e ancora prima il loro nonno, tutti siamo nati e vissuti nello stagno, l’acqua ci serve per vivere._
I due animali, così diversi fra loro, trascorsero il tempo raccontandosi dei loro passati: la farfalla venne a sapere che i figli dei rospi si chiamano girini e quando nascono sono quasi invisibili nell’acqua dello stagno. Il rospo mai avrebbe immaginato che  un animale strisciante come il bruco si chiudesse in un bozzolo per poi diventare una farfalla e volare. Quanto avrebbe voluto farlo anche lui! Dal basso e umido della sua esistenza questo, ne era consapevole, era solo un sogno irrealizzabile! La farfalla, certa di aver trovato un amico, confidò al rospo che l’ammirava per la sua mole e che avrebbe voluto essere  grossa e potente come lui per potersi difendere dai suoi nemici.
La giornata trascorreva lieta: mentre la farfalla gli svolazzava attorno disegnando nell’aria cuori impalpabili, il rospo saltellava da una parte all’altra dello stagno, cercando di trasformare le sue goffe movenze in un armonioso balletto.
Era quasi il tramonto, la farfalla e il rospo capirono di amarsi.
I due si salutarono e, non volendo rinunciare al loro amore, decisero di vedersi presso lo stagno il giorno dopo ; nel frattempo, avrebbero informato le famiglie sul desiderio di stare insieme e di sposarsi.
Successe il finimondo! Tutto il mondo delle farfalle si scandalizzò: una farfalla che sposa un rospo?
Non era mai successo! Era dal giorno della Creazione che due differenti specie non potevano generare una discendenza! Non era mai successo! La farfalla, avvilita da tutti quei rimproveri, stava rintanata in un angolino buio riflettendo  se rinunciare o no, al suo grande amore.
Anche il rospo aveva comunicato ai suoi parenti la decisione di voler sposare la farfalla.
I più piccoli, suoi fratelli, contenti che un così bel animale come la farfalla entrasse a far parte della famiglia, iniziarono a gracidare in coro. I vecchi, saggi rospi li zittirono sdegnati. Come facevano a non capire che non era possibile che un rospo sposasse una farfalla di natura molto diversa da loro? No, non era possibile quell’unione! Sentenza definitiva alla quale il rospo non si sentiva di accettare anche se, in cuor suo, sapeva che era giusta.
Un vecchio detto umano dice: “La notte porta consiglio”, ma non lo portò ai due innamorati.
 La mattina dopo, la farfalla e il rospo si incontrarono allo stagno e decisero che non si sarebbero lasciati, ma fuggiti e amati per tutta la vita.
Cercarono un luogo dove rifugiarsi. La luna piena illuminava la notte quando arrivarono nel giardino. L’alto muro di recinzione, i fiori splendidi e l’acqua della fontana  provvidero ai loro bisogni, nascondendoli al mondo esterno.
Il tempo scorreva <<Tic tac, tic tac >>, la farfalla volava da un fiore all’altro e il rospo si beava della fresca e pulita acqua che sgorgava incessantemente dalla fontana. <<Tic tac, tic tac >>, trascorse la primavera e l’estate. Al piccolo e verde animale la Natura aveva donato più stagioni da vivere e per lui fu doloroso vedere la farfalla morente, con le ali di un colore indefinibile racchiuse attorno al suo corpicino, rifugiarsi fra le sue zampe per donargli il suo ultimo respiro.
La farfalla, fra le foglie ingiallite, fu portata via dal primo vento d’Autunno e, mentre volteggiava leggera nell’aria, al rospo sembrò di vederla ancora volare.
Il rospo non andò via dal giardino, visse con il ricordo della sua amata farfalla, fino a quando, dopo aver vissuto tutte le sue stagioni, il sonno della morte lo colse.






                                     

 
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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Venerdì 30 Novembre 2012 10:17 )
 

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