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Pietro Tartamella - i racconti dell'orologio parte quarta PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Lunedì 07 Maggio 2012 17:05

 

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

che cos’è SCRITTURÀLIA


LEGGI I RACCONTI DI SCRITTURALIA



possibilità di pernottamento
presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
a costi di Bed and Breakfast

 

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Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 


I RACCONTI DELL’OROLOGIO

parte quarta
di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 1 aprile 2012



Si consiglia di leggere la parte introduttiva de
“I RACCONTI DELL’OROLOGIO”
Vedi Scritturalia 11 febbraio 2007

 

 

DI QUELLA VOLTA
CHE L'IDENTITA' ERA NASCOSTA

di Pietro Tartamella

 


Gli uccelli incastonati nell’orologio della piazza di Poirino vedevano chiaramente l’uomo con la gamba ingessata. Era disteso sul letto, nella piccola stanza del piccolo spetale che sorgeva di fronte all’orologio a 300 metri circa in allineamento d’aria. Gli uccelli sentivano anche con molta distinzione le voci distinte e chiacchierine delle infermiere e dei parenti che venivano a far visita chiacchierinando.
La finestra dello spetale era spalangata. Non entrava una brezza, nemmeno leggerissima, anche se la finestra era all’ultimo piano. La gran calura estiva ancora ristagnava nel tramonto solitario.
I dodici volatili incastonati nell’orologio ascoltavano. Il cuculo e il tordo con disinteresse.
Il fringuello, il merlo, la cinciallegra, il pettirosso, con curiosità.
L’allodola, lo scricciolo, il picchio rosso, l’allocco, il balestruccio e il cardellino, cominciarono a carpire che sarebbe accaduto qualcosa d’importante quando videro entrare nella stanza un visitatore con la coppola che diceva al ricoverato queste testùggini parole:
“Compare Calò, amico mio, coetaneo anche di mese, come fu che vi siete rottamato una gamba intera che non possiamo più giocare a briscola per un tempo che non sappiamo quant’ è?”.
E il ricoverato rispondeva con male e con pena:
“Cose da pazzi, Don Liborio, nemmeno in bicichiletta si può andare tranquilli per la popria strata che ‘sti padretterni si sentono i padroni indiscutibbili”.
Erano i primi immigrati siciliani di Roccamena venuti a lavorare nelle campagne di Poirino.
Don Calò aveva un orto a un paio di chilometri, in direzione Marocchi, e tutte le sere andava a innaffiarlo. Tornava a casa che era ormai buio, in bicicletta, lungo la strada polverosa che finiva nella piazza dell’orologio.
“Tornavo a casa tranquillo dopo aver innaffiato, quando vedo una machina che mi viene addosso e mi sdirrubba a terra con la bocca sulla polvere che ho volato per dieci metri, che se non erano poprio dieci metri… quindici di sicuro! E sto bastardo non si è nemmanco fermato che bisognerebbe metterli al muro ‘sti padreterni se avessi visto con questi occhi chi era”.
“Ci avete poprio raggione Don Calò – diceva Don Liborio - Però, se posso permettermi, e me lo consentite di vostra iniziativa, io un consiglio ce l’avrei…”.
Don Calò si sistemò la gamba ingessata con una smorfia di dolore, e di propria iniziativa tese le orecchie aperte di settant’anni per sentire meglio il consiglio del compare.
“Dovete legare sul manubrio della bicicletta un manico di scopa. Alle estremità estreme ci mettete una lampadina per parte. La sera, quando tornate dall’innaffiatoio, se viene una machina spericolata vi scambierà per una machina pure a voi, e starà più attento a venirvi addosso!”.

Don Calò dopo un mese d’ospedale uscì guarito. Riprese a innaffiare l’orto tutte le sere con la bicicletta. Il manico di scopa con le due lampadine all’estremo ce le aveva messe sul manubrio e ritornava a casa col buio che sembrava un’automobile. E fischiettava perfino sicuro e veloce sulla polvere della strada di campagna. Riprese a giocare a briscola col compare Liborio che gli aveva regalato quel bel consiglio semplice ma ficacissimo.
Alla fine di agosto i dodici uccelli incastonati nell’orologio videro dalla stessa finestra dello spedale di nuovo Don Calò ingessato.
Non si sa come fecero a riconoscerlo, perché aveva l’identità nascosta, con tutta la testa ingessata, le due braccia e le due gambe ingessate. Era tutto un gesso bianco, che sembrava un libro scritto, con tutte quelle firme di parenti e amici che erano venuti a trovarlo con gli auguri. Solo l’occhio sinistro e un pezzo di bocca erano libere per vedere gli amici e per lamentarsi. Mancava ancora la firma di Don Liborio su quel libro bianco. 
Gli uccelli prigionieri dell’orologio smisero di guardare il campanile, i bambini che giocavano in piazza, i muli del mercato, per guardare, oltre la finestra aperta dello spedale, Don Liborio che entrava a far visita al suo compare ricoverato di nuovo e tutto duro sul letto.

“E che è successo, compare Calò?! Santissima Maria mi sembrate una mummia di balsamo!“
"Sti bastardi di automobilisti – bofonchiò Don Calò dall’unico occhio libero e dalla mezza bocca a vista che gli era rimasta – bisognerebbe metterli tutti al muro!”.
“Ma non avevate messo il manico di scopa sul manubrio con le lampadine ad ogni stremo, come di vostra iniziativa mi avevate concesso di suggerirvi?”.
“Sì le ho messe, ho seguito il vostro consiglio…”
“E allora? Che cosa non ha funzionato!?”.
“Don Libò, mi hanno scambiato per due bicichilette affiancate, e quel bastardo di un automobilista ha pensato bene di passarci in mezzo!”.


(racconto ispirato da una vecchia barzelletta che circolava un tempo)
 
da "I Racconti dell'orologio"
di Pietro Tartamella







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UFFICIO BREVETTI

di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 1 aprile 2012




Don Liborio aveva settant’anni. Non aveva ancora perduto l’immaginazione, l’intraprendenza filosofica, né la sua inventiva tipica di siciliano di Roccamena. Pur confidandosi sempre con il suo compare Don Calò, quel giorno si era arrecato all’insaputa di tutti all’ufficio dei brevetti.
Perché in un paesino di provincia come Poirino, abitato da sole anime contadine, ci fosse un ufficio dei brevetti nessuno lo ha mai saputo, nemmeno gli uccelli prigionieri dell’orologio.
Si racconta che il merlo avesse detto una volta all’allodola che forse il motivo era elettorale: il regime voleva dare il messaggio che teneva in considerazione la capacità inventiva anche dei contadini e delle persone semplici.
E difatti tutto il paese era orgoglioso e sfruculiante di avere quell’ufficio brevetti, anche se l’impiegato non sapeva più dove trovare enigmistiche nuove per passare il tempo.
Più che angusto era uno sgabuzzino rettangolare e stretto, con un tavolinetto al fondo, e due scaffali alti come un uomo a tappezzare le pareti con qualche scartoffia. L’impiegato, un omaccione che veniva da Valfenera, senza capelli, lo teneva aperto solo al mattino per 3 ore, dal lunedì al giovedì. All’ingresso un’insegna di latta con scritto in verde “Ufficio Breveti”.
Gli impiegati del comune, il sindaco in testa, si erano riproposti di cambiare subito la targa quando si erano accorti dell’errore. Ma col passare del tempo ogni cosa diventa familiare, e perfino quell’errore grammaticale da lì a poco non fece più scalporificio. 
La targa rimase sempre quella, anche negli anni a venire.
Don Liborio si affacciò sulla soglia e con la coppola in mano chiese timidamente all’impiegato che se ne stava seduto in fondo all’ufficio dietro la sua piccola scrivania anche se non scriveva mai:
“Scusate, è qui l’ufficio brevetti?”.
L’impiegato sollevò gli occhi dalla “Gazzetta di Poirino” e rispose senza nessun entusiasmo:
“E’ qui, è qui, c’è anche scritto sulla targhetta bello in verde”
“Sono venuto a depositare un brevetto di testa mia originale” – esordì Don Liborio
“Di che si tratta? – disse l’omaccione zucca pelata che in verità non solo non mostrava nessun entusiasmo, ma addirittura era seccato per aver dovuto abbandonare la gazzetta di Poirino e teneva sempre a portata di mano una bottiglia d’acqua fresca sotto la scrivania.
Don Liborio non si accorse della sua seccatura, nemmeno quando con tono sprezzante l’omaccione gli intimò di chiudere la porta, ché entrava la calura di quel luglio rovente.
Nella sua voce c’era il rimasuglio di un dialetto catanese. L’impiegato era un emigrato anche lui. Veniva dal paesino di Sant’Alfio sulle falde dell’Etna, residente a Valfenera da più di vent’anni.
“Allora mi volete dire cos’è questa invenzione?” domandò sbrigativo e con assenza colloquiale l’impiegato leggiucchiando la gazzetta.
“Vorrei brevettare questo gancio per paracadutisti” disse Don Liborio traendo dalla tasca della giacca un gancio di metallo a forma di punto interrogativo con una chiusura a moschettone.
L’impiegato guardò il gancio. Poi guardò Don Liborio. Poi guardò con disappunto la coppola che Don Liborio aveva posato sulla scrivania.
“E come funziona?” chiese l’impiegato fingendo un improbabile interesse mentre riprendeva la lettura del giornale.
Don Liborio tenendo alto il gancio con la mano destra, e con la sinistra riprendendo la coppola dalla scrivania, disse:
“Voi sapete che spesso i paracaduti non si aprono e nostri giovani paracadutisti, meschini, vanno a schiantarsi da qualche parte per questi incidenti di percorso. Ora col mio gancio per paracadutisti il problema è risolto. Vorrei registrare a mio nome questo brevetto “gancio per paracadutisti”.
“Sì, ma come funziona?”
“’Ca nenti, quannu il paracadute non si apre, quannu la levetta di sicurezza non funziona, si piglia il gancio per paracadutista e in meno di un amen, zac, lo si aggancia!”.
“Mi scusi, ma dove si aggancia?”
Don Liborio si ricordò che non aveva detto a nessuno che sarebbe venuto all’ufficio brevetti, nemmeno al suo compare Don Calò, che ormai era guarito dall’incidente con la bicicletta, e facendosi ardito per la sua identità nascosta rispose con perduta pazienza e alteranza della voce e dei nervi della mano che tremuliava:
“E che ne saccio iu, scusatemi, ma mica pozzu inventare tutto iu!”

(racconto ispirato da una vecchia barzelletta che circolava un tempo)
 
da "I Racconti dell'orologio"
di Pietro Tartamella


 
 

 
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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 20 Febbraio 2013 16:37 )
 

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