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Beatrice Sanalitro - blu d'aprile PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Lunedì 07 Maggio 2012 16:48

 

 

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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 


BLU D'APRILE

di Beatrice Sanalitro
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 1 aprile 2012

 

 



La giornata uggiosa non promette nulla di buono. Ma chissà poi perché l'umore umano è tanto collegato al colore del cielo: gongolanti se è blu: si mira all'alto, si osserva intorno; sconsolati se è grigio, ingobbiti sui lacci delle scarpe.
Il grigio vermilinguo penetra viscido nelle membra che neanche te ne accorgi, liscio vaselina si diffonde incantando anche l'umore: le sue punte, cime di monti, allenate a svettare di gioia colorata, sono smussate alla radice come fa il il brunitoio sadico di untume premuto sulla lastra di zinco  per eliminare per sempre un segno sgradito, un bacio mancato, una carezza sospesa, la spazzatura che puzza, la polvere sui mobili, la lista d'attesa. Tabula rasa.
Grigio incerto, quest'oggi. Neanche il tempo è più in grado di prendere posizione. Vuoi combattere? E allora fatti coraggio e spara un'alba, tanto per cominciare, arancio albicocca con cirri delicati di pesca. Non vuoi misurarti e abbassi le nubi sopra la nostra testa? Che almeno siano grigio piombo, tendente al viola, perbacco, e che cantino da grigio tenore, non da mezza cartuccia stonata; pigia sul tubetto dell'indaco, anche un baritono va bene, purché abbia liberamente scelto di cantare. Vuoi piovere? Apri le cataratte e canta scrosciando, ché le strade trasformate in brevi torrenti di mezz'ora trascinano i pensieri nefasti insieme alle foglie morte e ai cadaveri di topi lasciando lucidi i ciottoli. Aggiungi un lampo e un tuono. Questo è teatro.
Invece no. Grigetto senza infamia e senza gloria.
Fosse almeno un grigio perla con la speranza in sottofondo. Invece no.
Grigio uniforme. Uniforme dell'obbedienza e dell'ordine.
Entropia, ci vuole.
Disordine, ti chiamo! Disordine creativo, motore di bellezza, che spacca la monotonia del cielo, per favore!
Qualcuno mi sente, lassù?
Se c'è qualcuno, lassù, prenda tutto il grigio del cielo, lo spezzi in mille parti, mescoli le tessere, le butti per aria coll'aiuto del vento.
Almeno tu, vento, non lesinare, carezzevole non basta, deciso, più deciso, soffia forte, vortica, sbaraglia i deboli vermilingui, le frasi fatte, le idee ripetute, la noia dell'anima, del corpo, sbaraglia sbadigli.
Magari, così facendo, qualche tessera si sovrappone, inspessendo il grigio, qualcuna cadrà lontana, dando aria alla composizione; s'esibisce ora il tenore duettando con Miriam Makeba e con Cesaria Evora che tornano a cantare, mai dimenticate, con l'intento di colorare il cielo.
La giornata uggiosa è uggiosa se la vuoi così, sussurrano col vento che le accompagna.
Cerca tra i nembi chi è pronto a liberarvi. Si apra il sipario!
E tra i nembi un opale.
Un opale blu.
Né verde né rosso, troppo fissi e materici.
Un opale blu grande quanto un'unghia di mignolo, evanescente, liquido, elettrico per aver raccolto l'elettricità delle nuvole.
Difficile distinguerlo tra il grigiume: solo una vista curiosa ad altro che non siano i lacci delle scarpe e allenata all'attenzione percepisce una diversa tensione nel cielo.
La capacità imitativa ha la meglio sull'essere sconsolati, mandria che siamo! e, se uno mira in alto, altri guardano lassù un opale blu elettrico che scivola lungo gli sguardi, restituendo la meraviglia di un sogno avverato.
C'era una volta una tessera di opale blu elettrico, anticonformista e spericolata, che sfidò la grigia pesantezza del cielo in un giorno di primavera. E dalla primavera nessuno passa indenne, soprattutto se la primavera è quella di aprile: la sua forza è troppo dirompente per rimanere quel che si è. Anche l'opale blu elettrico ne fece esperienza.
Dopo aver conquistato palmo a palmo quel grigio molle e bavoso, dopo aver fatto brillare tutto il cielo del blu che più di aprile non si può, si accorse -c'è sempre, anche per gli opali, un momento in cui ci si pone di fronte a se stessi e ci si accorge di essere- si accorse, dunque, di essere blu d'aprile non cobalto, non di prussia. Ma d'aprile liquido. Opale blu e, in più, liquido. Se è liquido, la legge è quella di scendere, di piovere gocce di opale.
E fu così che cominciò a piovere sui visi che guardavano in su.
Solo su quelli, il liquido blu di aprile, subito, solidificò.
Qualcuno, pietosamente, raccolse e conservò il prodotto per sollevare dall'incombenza della raccolta gli spazzini comunali.
Da allora nacquero le azuleie, mattonelle blu che trasformano in aprile anche il novembre più grigio e noioso.
Qualcuno, di tanto in tanto, nel grigiume invernale, lancia uno sguardo insù. Sia mai, un topazio rosa aranciato, pesca sciroppata dal cielo.

 
 
 

 
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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 
 
 
Ultimo aggiornamento ( Lunedì 07 Maggio 2012 16:56 )
 

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