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VIAGGIO IN DANIMARCA... PDF Stampa E-mail
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News - News
Scritto da Tartamella   
Domenica 10 Aprile 2011 18:27

 

VIAGGIO IN DANIMARCA

di Pietro Tartamella


*  22 giorni
*  dal 14 agosto al 4 settembre 2002
*  Kilometri totali 5.350
*  2.750 kilometri in Danimarca
*  autocaravan

 


parte prima:         laghi e tunnell - ferrocalvari


parte seconda:    il primo silenzio - il castello in fondo alla via


parte terza:        con un libro in mano Andersen ci guarda - negozi di pietre -
                        pane vichingo - la casetta col tetto di paglia

parte quarta:     si ride e si ride - si parte in bici - il bambolotto perduto -
                       seppellite il mio cuore a LINDHOLM HØJE -
                       un mazzo di piume come fiori -  tra le nuvole con ali di legno

parte quinta:     lo stesso furgone rosso? - urla di giovani sulla testa -
                      dipinte e illuminate di viola - SAY NO TO HARD DRUGS -
                      quattro cannoni neri - pantaloni azzurri e sciabola pendente

parte sesta:      il bosco degli innamorati - canti dal balcone e mortaretti -
                      un arco con faretra e frecce

parte settima - fine:   un maestro di scuola elementare - difetti e consigli
                               prima che il peso degli anni innalzi le sue nostalgie

 

 

 

sirenetta

 

 

 

VIAGGIO IN DANIMARCA

 

      Tre, cinque, trentasette, trentasette, quaranta, cinquantaquattro, cinquantaquattro, ottantuno. Non sono numeri del lotto, anche se, volendo, qualcuno potrebbe giocarli su due ruote per scaramanzia così non si sa mai. Sono gli anni dei componenti l'equipaggio di questo viaggio in Danimarca. Tre anni Sahiela occhi grandi, figlia di Reno. Cinque anni, Yuma,    col codino, figlio di Reno. Trentasette anni Reno, cantautore meccanico tuttofare artista di strada con tatuaggio di viso cheyenne sul braccio destro e due delle sue chitarre appresso. Trentasette anni Annette, tedesca, traduttrice, vive a Torino con quaranta, Antonio, attore cabarettista suo ragazzo; hanno affittato una casetta sulla costa  occidentale dello Yutland per trascorrere una settimana di vacanza tra i silenzi e i riposi delle dune. Loro due non sanno ancora che passeremo a trovarli con sorpresa. Cinquantaquattro anni il sottoscritto raccontastorie con jembè a seguito. Cinquantaquattro Anna, mia moglie, insegnante di scuola elementare con un sacco di perline colorate che si porta sempre dietro per trasformarle in graziosi monili, cavigliere, pendenti, collane, bigiotteria in genere. Nel camper abbiamo dovuto trovare un posto anche per il suo telaio a mano. Ottantuno, nonna Incoronata, madre di Anna. È lei che ha curato l'orto di Cascina Macondo. Merito suo sono i pomodori, le carote, i cetrioli, le pere e i fagiolini che ci portiamo dietro come provviste. Nonna Incoronata non viene fisicamente con noi, ma è verduralmente presente.
     Partiamo con il nostro camper, un Elnagh Big Marlin sette posti Ducato 2.800 turbo diesel acquistato solo in aprile. Con già una sua storia alle spalle a solo un mese dall'acquisto: rottura improvvisa del parabrezza, per fortuna in garanzia, difetto di fabbricazione riparato prontamente. Furto con scasso in Toscana di una mia borsa con tutti i documenti, quaderni con indirizzi, appunti, annotazioni, e qualche libro di racconti.
Reno viaggia con il suo camper Riviera GT Ducato 2.500 turbo diesel sette posti.
Non partiamo insieme a causa di sfasature nei giorni che abbiamo a disposizione. Ci diamo appuntamento fra tre giorni alla stazione ferroviaria di Viel, in Germania.
Annette e Antonio vanno in treno sino ad Amburgo dove affittano un'auto targata HH per spostarsi in Danimarca.
Ottantuno resta a casa.

cipolle 
Tra le provviste una bella quantità di cipolle di Tropea da mangiare crude ghiottonerie con aceto balsamico olio e sale. Nonché una grande quantità di depliants di Cascina Macondo con le nostre proposte didattiche per l'anno 2003 che durante il viaggio, nei ritagli di tempo, dovremo piegare per averli pronti e poterli imbustare e spedire al nostro ritorno diretti alle scuole. Il nostro tipo di lavoro ci obbliga spesso a portarci dietro un po' di carta da piegare durante i viaggi e le vacanze. Una cartina geografica, una guida della Danimarca, un dizionarietto.
Ci fa compagnia anche un libro di massime vichinghe. In realtà non lo abbiamo ancora con noi alla partenza. Lo acquisteremo il 22 agosto nel museo di Lindholm Høje nei pressi di Ålborg ( la Å col cerchietto si legge in danese come una "o" molto larga, più larga del suono aperto che noi usiamo in italiano nelle parole "buòno", "òrto". Nei cartelli stradali e nelle insegne di alcuni negozi lo stesso suono lo abbiamo incontrato scritto con due aa consecutive "AAlborg" che è il segno grafico più antico per indicare lo stesso suono. La Ø sbarrata di Høje si legge invece più o meno come la eu francese di peu = poco. La H si pronuncia aspirata come nel tedesco haben = avere,  o nell'inglese home = casa).
      A Lindholm Høje ci sono i resti di una necropoli vichinga che si suppone fosse attiva dal 400 all'anno mille dopo Cristo. Centinaia di pietre disposte in cerchio, a triangolo,   a forma di barca, a definire lo spazio entro cui deporre i morti su pire di fuoco. Nel museo attiguo abbiamo trovato questo libretto di detti vichinghi tradotto in lingua italiana da Paolo Maria Turchi per le edizioni Gudrun. È una piccola raccolta di saggezza popolare tratta dall' Hàvamàl il più popolare dei poemi eddaici. Hàvamàl significa letteralmente "Le parole dell'Eccelso". L'Eccelso non è altri che Odino, il più potente dio dell'olimpo pagano nordico simile al nostro Giove romano o allo Zeus dei greci antichi. Sarebbe dunque stato Odino in persona a dare agli uomini queste perle di saggezza, affinché potessero vivere meglio e nel giusto. Il poema dell Hàvamàl ha per i nordici lo stesso valore che l'antico libro cinese del Tao può avere per gli orientali. Dà consigli su come trattare gli ospiti, l'amicizia, il potere, il viaggio, la felicità, la prodigalità, il buon senso, la gentilezza,  e molto, molto altro ancora. È scritto in un metro antico chiamato Ljóðahàttur (metro poetico). Una stanza del poema è composta da 6 versi divisi in due terzine. I due primi versi di ogni terzina contengono una allitterazione (successione di parole che cominciano o terminano con la stessa lettera o sillaba, es. casa/cane, venuto/sentito), o un' assonanza (rima imperfetta ottenuta con la ripetizione solo delle vocali a partitre dalla vocale accentata sino alla fine della parola es. càso/càro, rósso/rótto). Nel terzo verso vi è una nuova allitterazione, o un'assonanza.   La terzina successiva ripete lo stesso schema con una allitterazione nei primi due versi e una nuova allitterazione nel sesto verso. Tutte le parole dell'antico norvegese sono accentate sulla prima sillaba, ed è questa sillaba accentata a produrre l'allitterazione o l'assonanza. Nella lingua italiana, avendo sillabe accentate dislocate in punti diversi della parola, è possibile la rima. Nell'antica poesia norrena la rima era sconosciuta. Non si ha certezza dell'esatta provenienza geografica dell' Hàvamàl. Gli studiosi propendono per Norvegia o Islanda, altri per le Isole Britanniche. Si pensa sia stato composto nel periodo che va dal 700 al 900 dopo Cristo, o poco dopo. Lo spirito del poema è fortemente influenzato dalla cultura e dalla mentalità dell'era vichinga del periodo 800/1000 dopo Cristo.
Un'esempio dunque di versi Ljóðahàttur che mi invento così su due piedi per darne all'incirca un'idea potrebbe essere il seguente:


1)                    Nella stanza                                       (1 e 2 verso allitterazione)
2                      nera di fumo                          
3)                    cuoce da cinque ore                           (assonanza)

4)                    selvaggina di bosco                             (4 e 5 verso allitterazione)
5)                    sepolta da aromi.
6)                    Bicchieri pieni di birra in tavola.               (nuova allitterazione)


Pur non avendolo ancora, questo libro di detti vichinghi già ci accompagna nel viaggio.        
             
       Chiusa la casa. Dato da bere alle piante e ai fiori con la pompa. Raccolto frutta e verdure dall'orto. Preparato le scatolette di cibo che Maria, la nostra vicina, gentilmente provvederà a razionare tra i gatti che bazzicano nel nostro cortile. Riempito il serbatoio d'acqua del camper. Scritto su un foglio i punti di riferimento del viaggio: Como - Lugano -Bellinzona - Lucerna - Basilea - Karlsruhe - Francoforte - Kassel - Hannover - Amburgo -stazione ferroviaria di Kiel dove alle ore 12.00 del giorno 17 abbiamo appuntamento con Reno che parte da Rimini.
Sono le ore 23.30 di mercoledì 14 agosto. Si parte finalmente.
       La prima tappa è l'autogrill di Crocetta Sud in provincia di Asti sull'autostrada Torino-Piacenza, a soli 45 chilometri. Ci fermiamo a dormire. E anche a ridere un po' per questa prima sosta così vicino casa.  Ma siamo molto stanchi, è tardi,  non me la sento di guidare.  Però, comunque, ormai, siamo partiti.
Alle ore 2.45 la polizia ci  bussa in pieno sonno. Ci consiglia che sarebbe meglio se ci mettessimo più vicino al bar, sotto la luce, per via dei ladri che spesso visitano l' autogrill durante la notte. Ormai siamo svegli. Ci spostiamo. Anche un altro camper che sostava vicino a noi fa manovra verso la luce. Anna ha le braccia e le cosce doloranti per via dei lividi che si è fatta il giorno prima cadendo da una scaletta mentre stendeva la biancheria nel retro della casa. Ho teso io stesso i fili da un palo all'altro della tettoia. Ma troppo alti per lei. Persino in camper, per poter aprire gli sportellini del mobilio, accedere alla dispensa, ai piatti, all'oblò,     Anna ha bisogno di un rialzo imbarazzante. Insomma, è così bassa che quando piove è sempre l'ultima a saperlo.
Finalmente riusciamo ad addormentarci. Ormai siamo entrati nell'alba di ferragosto. L'autostrada non è trafficata, i rumori delle auto che sfrecciano sono radi e lontani. Distesi sul letto della mansarda, stretta e bassa da sentirsi soffocare quando fa troppo caldo, ascoltiamo il silenzio della notte. Lo sguardo si posa su tutti gli angoli e gli spazi interni di questa piccola casa viaggiante. Un ultimo pensiero rivolto al viaggio, ai pericoli, alla prudenza, un pensiero rivolto alle figlie, uno agli amici, uno al lavoro, un pensiero alle rate del camper, uno all'Hàvamàl vichingo.


Ben pulito e sazio
si rechi l'uomo in visita
benché l'abito non sia elegante.
Ma delle scarpe e delle brache
nessuno si vergogni,
e neppure del cavallo
anche se non buono.



odino
 
Ascoltando l'eco lontana di questi versi ci viene nostalgia del nostro vecchio furgone Iveco fenestrato che avevamo attrezzato per poterci dormire e viaggiare lontano. Ci ha fatto compagnia per migliaia e migliaia di chilometri, in giro per l'Italia a lavorare, e per diporto. Ora giace derelitto tra gli ammassi dello sfasciacarrozze aspettando di essere demolito. L'avrei tenuto ancora se il bollo e l'assicurazione non fossero costati così cari. Anche se la carrozzeria era una ruggine sola, anche se l'acqua filtrava persino dai vetri chiusi e dal parabrezza  e dagli sportelli, anche se  il predellino non c'era più  e la marmitta era saldata  e i buchi sotto si erano fatti ormai grandi e neri come tunnel e le tendine azzurre scucite qui e là. Ma il motore! Per il motore l'avrei tenuto ancora, e per tutte le cose che avevamo visto e fatto insieme.
Come dicono i versi citati dell'Hàvamàl davvero non ci siamo mai vergognati di un simile cavallo sgangherato. Un desiderio inconfessato mi diceva che il camper nuovo era troppo nuovo e bianco per noi. Per sentirlo nostro doveva essere vissuto.
 
 
 
 
LAGHI E TUNNELL

Il secondo giorno di viaggio percorriamo 485 chilometri. Una telefonata a Bruno  vecchio amico di infanzia che vive a Chiasso che ormai vedo di rado ma almeno un caffè un'oretta insieme mi sarebbe piaciuto passarla con lui. Risponde la segreteria telefonica.  Non c'è. Chissà, forse al ritorno, se passeremo ancora di qui.
   Superiamo il passo e la galleria del S. Gottardo lunga 17 chilometri. Zona di laghi da Bellinzona a Lucerna con squarci bellissimi di paesaggio che svaniscono in fretta lo sguardo inghiottito da nuove gallerie lunghe nel ventre delle montagne. Dopo Basilea l'autostrada in pianura percorre l'Alsazia. Qui e là qualche rallentamento per lavori in corso.  Il paesaggio è una gran noia sempre uguale e monotono un nastro di asfalto grigio in mezzo a due file interminabili di alberi. A Ovest la catena montuosa dei Vosgi, a Est la Foresta Nera. Da qualche parte scorre il fiume Reno. Ma le due fila interminabili di alberi non consentono di vedere nulla, sino a Strasburgo, quasi sino a Francoforte. Però tanti comodi spazi per la sosta con bagni forniti di carta igienica e panchine verdi pic-nick nella Svizzera italiana e tedesca, e in Germania. È la prima cosa che si nota confrontando i servizi dell'autostrada straniera con quelli offerti in Italia. Ci fermiamo a dormire in un grande autogrill pieno di alberi, molto grande, decine di camper in sosta. I camionisti tirano fuori da sotto la fiancata del loro camion una specie di tavolino, e mettono a bollire qualcosa per la cena. Poi si siedono a mangiare con il viso rivolto al camion. Osservandoli mi sembrano poco dignitosi. Il tavolino ribaltato da sotto la fiancata dovrebbe consentire al camionista di mettersi con le spalle al camion, il viso rivolto ai passanti, apertamente. Mostrarsi più che nascondersi. Anche se piccolo, basso, adiacente alla fiancata, tra odori di olio, diesel e gomme ancora calde di asfalto, un ripiano imbandito e disposto così, con l'omino che a fronte alta guarda dinanzi a sé, sarebbe più bello è più dignitoso a vedersi.
 
galleria
 
 
 
 
FERROCALVARI

      Il terzo giorno viaggiamo per 430 chilometri. Dopo Francoforte l'autostrada si snoda finalmente in una serie di curve, discese, salite che rendono vario il paesaggio con squarci di colline e campi di grano tagliato. Nei pressi di Kassel incontriamo i primi ferrocalvari. Ne incontreremo moltissimi in tutta la Danimarca. Paesaggio usuale ormai in Olanda, Danimarca, Germania e credo anche negli altri paesi del Nord Europa. Io li chiamo ferrocalvari. Sono quegli alti e grossi pali di ferro con tre eliche bianche braccia spinte dal vento a produrre energia elettrica. Di solito posti su un rialzo o su un'altura. Se li guardi a tre a tre sembrano proprio i corpi tristi e dolenti di cristo e dei due ladroni con la testa pendente da un lato inchiodati alle croci sul Golgota. Metalli biancofreddi pilastri in mezzo ai prati e all'erba verde. Sofferenti creature di ferro messe in croce. Niente a che vedere con i vecchi mulini a vento di legno e tetti di paglia di un tempo.
      Ai bordi dell'autostrada ogni tanto carcasse spiaccicate di lepri, volpi, ricci sventrati dalle auto in corsa. Un'auto gialla tedesca ci sorpassa. Così veloce che non faccio in tempo a clacsonarla per informarla che sta viaggiando con il cofano posteriore aperto bagagli  in bilico a vista stipate valigie e una manica di giacca in continuo tremolìo di vento. Davanti a noi,   già lontana. La ritroveremo dopo qualche minuto ferma a una piazzola di sosta con due giovanotti a sistemare tutte le cose che per fortuna non avevano perso. Non così si può dire dello sconosciuto furgoncino che ha seminato sull'asfalto sprizzi di pomodoro rosso con decine di pizze e focacce ridotte a brandelli dalle sopraggiunte auto in corsa odori di forno a legna nell'aria.
      Al tramonto ci fermiamo in un autogrill per cenare e trascorrere la notte. Siamo a circa 40 chilometri da Kassel. Parcheggiato il camper facciamo una piccola passeggiata a piedi tra le zanzare sino a un paesino che si scorge laggiù a circa un chilometro. Non finirà di stupirci questa possibilità di uscire ed entrare quando si vuole dalle autostrade tedesche, olandesi, danesi senza dover pagare nulla e senza trovare code a quelle mostruose barriere del pedaggio che chiamiamo caselli in Italia. Questa possibilità di lasciare l'automezzo parcheggiato nell'autogrill e farsi una passeggiata a piedi tra i campi. Il paesino che visitiamo è Knüllwald-Oberbeisheim. Piccolo, pulitissimo, ben curato. Tendine di pizzo alle finestre.  La legna per l'inverno accatastata con ordine. Mucche ben nutrite  nei recinti. Cortili e stradine sinuose senza una macchia bianca di carta, messe in risalto dall'imbrunire. Orticelli ben tenuti intorno alle case basse le cui  pareti sembrano da lontano dipinte con strisce nere verticali, orizzontali e oblique che formano triangoli e quadrati sulle facciate. In realtà, guardandole da vicino, scopriamo che non sono strisce dipinte, ma travi di legno. È una tecnica di costruzione: la struttura portante della casa è fatta di travi di legno che formano una intelaiatura lungo tutto il perimetro nei quattro lati della casa. Gli spazi vuoti compresi tra le travi vengono poi riempiti di mattoni. L'effetto è molto tipico e decorativo. Vecchie case così ce ne sono ovunque in Germania,  in Danimarca, in Olanda. La piccola visita a Knüllwald  ci fa capire che siamo già entrati in un altro mondo e in un'altra cultura. Si sta facendo buio e le zanzare si fanno più numerose e pungenti. È meglio tornare al camper.
     Le nostre soste per la cena, il pranzo, le pause pomeridiane per il caffè, sono lunghe e tranquille. Tanto che abbiamo impiegato tre giorni per giungere a Viel. Questa breve sortita dall'autostrada per visitare un paesino tedesco è l'unica sortita che abbiamo fatto.
Anna avrebbe voluto uscire più spesso dall'autostrada per visitare alcuni paesi. Io in verità avevo voglia di sperimentare e vivere con calma il camper per conoscerlo nei dettagli.
In fondo era il nostro primo viaggio in camper. Provare la doccia, come si trova un posto per scaricare la vaschetta Thetford, liberarsi delle acque grigie, le biciclette, la cucina, il frigo,     le bombole del gas, aprirle, chiuderle, il boiler, e tutto il resto. Volevo sentirmi in vacanza.  Leggere nelle pause qualche pagina di un libro, qualche racconto, sfogliare il dizionarietto danese e la guida. Ma sapendo che Reno ci avrebbe raggiunto fra tre giorni, chissà, inconsapevolmente, l'andare piano era forse come un aspettarlo.
Sono le ore 22.00, squilla il telefonino. 
È proprio Reno appena entrato in Svizzera. Ha una ruota ovalizzata e il camper sbanda.
È costretto a fermarsi in autogrill. Tenterà domani, con la luce del giorno, di cambiarla.
Sullo sfondo le voci di Yuma e Sahiela.
Credo che la mia poca voglia di uscire dall'autostrada derivi anche dal fatto  che ogni volta che faccio un viaggio dimentico, dopo qualche mese, ogni nome di paese o piazza o evento che ho visto. Spesso confondo i luoghi addirittura. Così tanto che a volte mi chiedo a cosa mi serve viaggiare se un campanile che ricordo di aver visto in Svizzera era in realtà  ad Amsterdam e se un albero maestoso visto in un giardino di Copenaghen era in realtà un albero incontrato a Ginevra. Quindi in realtà nel viaggio di andata non volevo uscire dall'autostrada per  non rischiare di accavallare immagini e ricordi della Germania che avrebbero finito col confondermi. Volevo ricordare quell'anno come l'anno del viaggio in Danimarca. Senza equivoci, fin dove era possibile. Squilla di nuovo il telefonino. Sono le ore 24.00. È ancora Reno. Ha cambiato la ruota ovalizzata senza aspettare il giorno, e si è rimesso in marcia.
Sullo sfondo il silenzio dei bambini che dormono.
 eoliche
 
 
 

 
 
 
 
 
 
(parte 1 fine)  continua

 

 

 

PIETRO TARTAMELLA

nato a Camporeale (PA) 1948. Dal 1970 vive a Torino dove ha frequentato la facoltà di Lettere e Filosofia. È stato autostoppista. Ha fatto una montagna. Di mestieri. Barista, manovale, correttore di bozze, restauratore di affreschi, soggettista e sceneggiatore di fumetti, traduttore, insegnante di dizione, scrittura creativa, lettura ad alta voce, edicolante. Poeta, giornalista, scrittore, ariete, ma soprattutto Raccontastorie. Lavora nelle strade, nelle scuole, nelle birrerie, nelle fiere, nei matrimoni, leggendo poesie e raccontando storie. È stato ospite del “Maurizio Costanzo Show”, di “Posto Pubblico nel Verde”. Hanno parlato di lui riviste e quotidiani nazionali. Tra i suoi libri: I Poeti de La Tenda -  Il Poeta sull’albero -  La Cattedrale di Mastro Cheli - La Signora delle Ferrovie - Poesie di un edicolante - Il circo e la  strada ... Dal 1994 al 2004 Tartamella ha viaggiato per l’Italia con un grande tepee indiano ospitando gruppi di  bambini e adulti  a cui ha raccontato magnifiche storie indiane. Per una nota biografica approfondita si rimanda al libretto “BRIOGRAFIA DI UN POETA”.  

 

 

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 20 Aprile 2011 10:39 )
 

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