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briografia di un poeta PDF Stampa E-mail
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News - News
Scritto da Tartamella   
Giovedì 07 Agosto 2014 11:28

 

BRIOGRAFÌA DI UN POÈTA

di Piètro Tartamèlla

aggiornata all'anno 2020





Di segno contrario, Piètro Tartamèlla è nato a Camporeale, un paesèllo arroccato su un còlle in provincia di Palèrmo, il 18 aprile 1948. Ariète dunque, ariète con ascendènte ariète.
All’età di quattro anni lascia la sùa ìsola misteriosa con la famiglia che emigrava al Nòrd, in una cittadina di frontièra, Ventimiglia, a quattro passi dalla Francia.
Durante il viaggio aveva dormito tutta la nòtte. Al mattino, svegliàndosi all’alba, quando il trèno stava attraversando la Liguria, lùi e i suòi fratèlli e sorèlle vìdero, per la prima vòlta, il mare.
Lo guardàrono sènza paròle per ore dal funestrino del trèno in corsa.

I suòi mòtti preferiti sono sèmpre stati: “la poesìa in polìtica” e “lèggere è bèllo, come scrìvere, viaggiare, fare l’amore”. Quest’ùltimo lo farà addirittura stampare sulla carta intestata della sùa aziènda.

Dal padre, muratore, gli viène il sènso della giustizia e della saggezza.
Dalla madre, operaia e casalinga, il sènso della teatralità.

In tèrza elementare lìtiga con un compagno di scuòla. Se le dànno di santa ragione.
Il maèstro, per separarli, è costretto a sferrare un terrìbile pugno in tèsta al pìccolo Tartamèlla che non vuòl saperne di allentare la mòrsa delle mani dal còllo del compagno che, anche se più grande di lùi, ha ormài il viso paonazzo da soffocamento.
Tartamèlla si avvènta con furia anche sul maèstro sferrando calci e cazzòtti. Poi fugge.
È inseguìto da dùe bidèlli. Un bidèllo rùzzola per le scale. Tartamèlla guadagna infine il portone e l’uscita. Pòco dopo, stremato, sarà raggiunto e ricondotto a scuòla.
È rimandato a settèmbre per cattiva condotta.
Invece di presentarsi all’esame di riparazione Tartamèlla preferisce farsi bocciare.
Ripète così l’anno per non volér rivedere quei compagni.

La famiglia è numerosa (tre maschi e dùe fémmine), le condizioni econòmiche precarie.
I genitori, impegnati dalla mattina alla sera con il lavoro, sono costretti a méttere i tre figli più pìccoli in collègio. Andranno così Piètro, Nuccio e Lina in collègio dalle suòre, a Dolceacqua.
Tartamèlla non dimenticherà mai lo squallore di quelle stanze, la luce sinistra di quel refettòrio, le scodèlle di alluminio, quello sconsolato ambiènte autunnale con la piòggia.
Per fortuna vi resteranno solo una settimana. La madre, résasi conto della tristezza di quel luògo, farà di tutto per trasferirli a Nervia, alla periferìa di Ventimiglia, dove ora sorge l’ospedale. Ci sono sèmpre le suòre, ma il nuòvo collègio è decisamente migliore. Vi frequenterà la tèrza elementare da ripetènte. Scapperà ancora dal collègio dopo un litigio con un ragazzo prepotènte molto più grande di lùi che angariava tutti. Tartamèlla dimostra sùbito una profonda antipatìa per tutto ciò che è vessazione, prepotènza, ingiustizia.
Cresce ragazzetto in un clima di battaglie.
Bande rivali di immigrati meridionali, numerosìssime e pericolose, infèstano i vìcoli della vècchia cittadina medievale e si affróntano spesso violènteménte. Bastoni, archi, frecce, fionde, sassi, catapulte e carabinièri sono all’órdine del giorno.
All’età di 13 anni è a capo di una banda di ragazzini, la “G.W.R.” che funziona con tanto di tèssera, impronte digitali e rituali segreti, con il fine di protèggersi dalle bande rivali e con la vocazione di difèndere i deboli. Ne fanno parte molti compagni di scuòla e i ragazzi di Piazza Rocchetta.

I genitori, nel tentativo di migliorare la pròpria condizione, acquistano in Vìa Tènda, nella città bassa, una drogherìa; ma sarà un fallimento: dopo alcuni anni saranno costretti a rivénderla, anzi, a svénderla, rimettèndoci tutti i loro risparmi.

Tartamèlla esprime precòceménte la sùa passione per la lettura.
Lo affàscinano i poèti, la matemàtica, le lingue, la filosofìa. Trascorre intere giornate e intere nòtti sùi libri. Serena Leone, la bibliotecaria di Ventimiglia Alta, è attratta dalla sùa tenacia, dalla sùa vivacità e curiosità intellettuale, e lo indirizza nella lettura dei clàssici.
Per Tartamèlla bambino sarà sèmpre una sofferènza allontanarsi dai libri per andare a guadagnarsi da vìvere vendèndo ora ghiaccio e bìbite sulle spiagge, ora garòfani rossi ai turisti.

Frequènta l’oratòrio. Incontra Natalia, un’infermièra di Milano, e Franco Vernò, un gióvane missionario laico, giunti a Ventimiglia per occuparsi di tutte quelle bande di ragazzòtti che infèstano il paese. Lavorerà con loro con passione facèndo l’assistènte in colònie montane e appoggiando il piano di rieducazione di Monsignór Boèro.
Si dèdica agli anziani entrando nelle “Tute Azzurre”, un gruppo di volontari che prèstano la loro òpera come animatori negli ospizi.

Festeggia il sùo 18° compleanno con un centinaio di amici in uno scantinato di Ventimiglia Alta le cùi pareti egli stesso affresca con navigli e marinài, lavoràndovi un mese intero tutte le nòtti.
Sancito con quella fèsta il raggiungimento della maggiore età, inizia a viaggiare in autostòp per mèzza Euròpa: Francia, Inghiltèrra, Svìzzera, Germania, Spagna, Italia.
Incontra Bruno Veri con cùi stabilisce una profonda amicizia che durerà per anni.
La loro amicizia è così profonda che decìdono un rituale: quello di regalarsi, ad ogni evènto della loro vita che avéssero ritenuto importante e significativo, una bottiglia di vino buòno, che avrèbbero apèrto e bevuto negli anni a venire, ricordando di vòlta in vòlta le circostanze che avévano meritato di èssere segnate da una bottiglia di vino. Tartamèlla aveva perfino acquistato un pòrta–bottiglie, di plastica, di quelli fatti appòsta per tenere in órdine e leggèrménte inclinate le bottiglie, su cùi aveva incollato, a ciascuna la sùa, una targhetta con tanto di data e descrizione della ricorrènza. Un bèl giorno, dopo molti anni e divèrsi traslòchi, èbbe la curiosità di assaggiare con sùa moglie, una di quelle bottiglie, quella relativa all’evènto della nàscita di Nagi, la loro prima figlia, probabilmente di Baròlo.
Brutta sorpresa: il vino èra andato a male, non aveva rètto dopo trent’anni! Così le avévano gettate vìa con rammàrico, rinunciando al rituale di aprirle insième a Bruno e bere quei vini pasteggiando.
Tartamèlla si rese conto che bisognava aprirle non dopo trent’anni, con il rischio di scoprire il vino andato a male, ma dopo solo dièci anni e cominciare da sùbito a ripassare gli evènti dei suòi molti giorni vissuti e ormài lontani, pasteggiando e assaporando insième all’amico quei vini.

scorre la sera
frittata di carciòfi
e vino rosso


Dagli ostèlli della gioventù e dalle grandi strade europèe, all’isolamento quasi complèto: trascorre infatti una stagione estiva nella pìccola chiesetta di San Bernardino, a Triora, sulle montagne lìguri, lavorando fianco a fianco con l’anziano pittore Carlo Zanfrognini di Màntova.
Con spàtole, pennèlli e colori è aiuto assistènte nel restauro dei preziosi affreschi della stòrica chiesetta.
Il pàrroco di Triora pubblicherà sul giornale locale un profilo di Tartamèlla e alcune sùe poesìe.

Nel ’68 si diplòma geòmetra all’Istituto Tècnico “G. Ruffini” di Impèria. Divènta amico di Sismondini, il professore cièco che aveva pèrso la vista da gióvane in un incidènte di caccia: è il sùo professore di Diritto. Tartamèlla lo accompagnerà sottobraccio per dùe anni da casa a scuòla, da scuòla a casa.
Pàrlano, discùtono, analìzzano. Da quella amicizia gli deriverà la passione per il Diritto.
Con la poesìa “I lavoratori” Tartamèlla partécipa al concorso di poesìa indetto dal sùo istituto e vince il primo prèmio.

Durante il servizio militare lo vediamo indossare le vèsti di Sottufficiale nell’Artiglierìa Contraèrea Leggèra alla Scuòla di Sabaudia, pòi a Ghèdi, pòi a Villafranca di Verona.
In casèrma darà del filo da tòrcere a Capitani, Maggiori e Colonnèlli, con le sùe iniziative, le sùe stravaganze, le sùe denunce. Quando si congederà, molti graduati di lèva tireranno un sospiro di sollièvo.

Appròda a Torino nel 1970 con centomila lire messe da parte sotto le armi. Sono tèmpi duri. Senza sòldi. Sènza lavoro. L’Università, ancora sfasciata dagli stràscichi del ’68 studentesco, sarà un ostàcolo insormontàbile. Iscrìttosi a Ingegnerìa dovrà abbandonarla dopo solo un anno.
Vedrà centinaia di gióvani ritornare ai loro pìccoli paesi nel Sud, nelle campagne, e abbandonare l’Università per non avér trovato i mèzzi per sopravvìvere.
Per Tartamèlla, testimòne dello scempio di tante energìe e intelligènze, sarà un’enorme sofferènza.
Egli sopravvive sballottàndosi da un lavoro all’altro. Fa il camerière in una pizzerìa di Via Saluzzo, il manovale in un cantière edile, il correttore di bòzze al Tuttosport, lavora per la Creativity Window facèndo ricerche statìstiche, scàrica cassette di frutta e verdura ai Mercati Generali. Al Salone dell’ Abbigliamento aiuta a montare gli stands prestàndosi la nòtte a fare la guardia. Dà lezioni di inglese. Vende enciclopedìe per l’Editrice Cuma. Armato di dùe pennèlli e di un baràttolo di vernice bianca, scrive Buòne Fèste e Buòn Natale sulle vetrine dei negòzi di tutta Torino.
Per racimolare qualche sòldo parte un’estate per l’Inghiltèrra con Sandro Cerrato, un amico studènte di Agraria, anch’egli di Ventimiglia. Appròdano a Norwich in un campo di lavoro per la raccòlta delle fràgole. Uno di quei campi di lavoro per la gioventù descritti nei depliants con tanti colori e possibilità, che esàltano la gioventù, lo svago, le canòe, dove si impara l’inglese, dove si conóscono tanti altri gióvani. Dopo alcuni giorni si rèndono conto dell’incredìbile sfruttamento. Gli allòggi sono pollài riadattati alla mèglio all’ùltimo momento con il pavimento in tèrra battuta, il cibo è scarso, la paga ridìcola. Tartamèlla protèsta. Si fa promotore di una vera e pròpria rivòlta. Tutto il campo è in subbuglio; un migliaio di gióvani venuti da ogni parte del mondo sméttono di lavorare.
Tutto il raccòlto di fràgole rischia di andare a male. La manodòpera locale còsta tròppo e i padroni non vògliono pèrdere tanto danaro. Interviène la polizìa. Una delegazione di gióvani, dopo avér racimolato qualche sterlina facèndo una colletta, parte per Londra a denunciare all’ambasciata italiana le condizioni di quel campo di lavoro chiedèndo un intervènto.
Tartamèlla scoprirà quanto all’ambasciata italiana pòco interesserà la sòrte di quegli studènti!
Se ne ritornerà in Italia sènza nemmeno una lira, con l’amarezza di avér visto il mondo dei gióvani sfruttato sènza pietà.

Abbandona il Politècnico e si iscrive alla Facoltà di Lèttere e Filosofìa, corso di Làurea in Lingue e Letterature stranière; sceglie lo spagnòlo come lingua fondamentale. Non acquisterà mai un libro per gli esami, se li farà tutti prestare dai compagni e dagli amici. Ha òttimi voti.
A quattro esami dalla làurea, matura la sùa grande scelta che sarà la scommessa della sùa vita: rinuncia infatti al cosiddetto “pèzzo di carta”; decide consapevolmente di non laurearsi. È la sùa silenziosa, soffèrta, profonda protèsta contro la concezione che il nòstro sistèma sociale ha della cultura.

Nel ’71 pùbblica a sùe spese il primo libretto di poesìe: “Sentimenti”. L’anno successivo èsce “Stalattiti di speranze ammutolite” che contiène, oltre alle sùe poesìe, un saggio di Bruno Veri.
Fonda in quel perìodo la rivista “La Tènda”, un mensile di poesìa e letteratura che riuscirà a far sopravvìvere puntualmente, con enormi sacrifici, ma con grandi soddisfazioni, per quattro anni consecutivi. Il lògo è un tepee indiano costruìto con le lèttere che compóngono la paròla “Tènda”.
È il fortunato incontro con Ernèsto Manzini, un detective privato con un rinomato studio in Vìa Accadèmia Albertina. È questo signore che gli consènte di dare il vìa alla rivista. Manzini gli mette infatti a disposizione per dùe anni il sùo studio e il sùo ciclostile, perché quei fogli pòssano uscire.
La pìccola cameretta ammobiliata di Vìa Madama Cristina 26, dove Tartamèlla àbita in affitto, divènta sùbito un punto d’incontro, un vìa vai continuo di scrittori e poèti.
Inizia un perìodo entusiasmante, màgico, che esprime il sènso profondo della giovinezza.

Tartamèlla, ancora per protèsta, si arràmpica su un àlbero in pièno cèntro a Torino, di fronte alla stazione di Pòrta Nuòva, in piazza Carlo Felice. Era il 9 dicèmbre 1973.
La Stampa scriverà: “C’È UN POÈTA SU UN ÀLBERO. VISITATO DA UN MÈDICO”.
Naturalmente risulterà sano di mente, tanto che nel ’74 èsce il libro “Ballata del poèta sull’àlbero”, un’ùnica lunga poesìa che aveva cominciato a scrìvere pròprio quella nòtte mentre èra òspite tra i rami e le fronde di quell’àlbero.

Nel ’76 pubblica “I poèti de La Tènda” un libro appassionante e tenace in cùi racconta dùe anni della sùa vita e la stòria della rivista da lùi fondata. Alcuni studènti in alcune università italiane menzioneranno i dùe libri e ne faranno oggètto di studio per le loro tèsi di làurea.
Contatti, amicizie, poesìe, letture, créscita, passione. Tartamella vive per quattro anni, a tèmpo pièno, di poesìa. Stampa i suòi libri e li vende personalmente, assième alla rivista, in tutta Italia: per le strade, nelle piazze, sulle spiagge della Romagna camminando a pièdi sulla sabbia rovènte per chilòmetri e chilòmetri, piagàndosi le spalle sotto il sole estivo. Incontra migliaia di persone. È il periodo in cùi Bruno Veri si unisce a lùi e pòi Gianni Borraccino di Milano.
Vende in quattro anni diècimila còpie dei suòi libri. È un pellegrinaggio continuo, una vocazione profonda, una ricerca disperata dei pròpri sìmili che ha qualcòsa di bìblico, di profètico. Sulle pàgine d’apertura del libro “I poèti de La Tènda” troviamo una frase che forse può dare il sènso di quegli anni:

“...come se dìo avesse mescolato una manciata di uòmini
in mèzzo agli altri uòmini,
dando ad essi il cómpito di trovarsi...”



Nel ’74 esce per la Rusconi una edizione della rivista “La Voce” fondata da Giusèppe Prezzolini nel 1908. Tartamèlla la divora. Gli scritti di Prezzolini, Papini, Slataper, Sòffici, Amèndola, Casati, Sèrra, Murri, Gentile, e soprattutto lo spirito della rivista, lo entusiàsmano. La Voce ha qualcòsa di sìmile a La Tènda. Alcuni anni più tardi Tartamèlla deciderà finalmente di scrìvere a Prezzolini, ma non riceverà risposta, perché Prezzolini muòre pòco dopo.
Conóscono in quel perìodo, lùi e Gianni Borraccino, al Mulino di Bazano il poèta sperimentale Adriano Spàtola. Trascórrono insième tutta la nòtte discutèndo di poesìa. Le loro concezioni però sono divèrse. Non ne viène fuòri nessuna collaborazione, anzi è uno scontro.
Spàtola, se fosse ancora vivo, sarèbbe molto sorpreso di sapere che è pròprio Tartamèlla a recitare per le strade alcune sùe poesìe sperimentali e sonòre.
Anche l’incontro con Guccini a Roccabianca non produce nessuna collaborazione. E nemmeno quello con Pàolo Volponi a Urbino. E nemmeno l’incontro con Guido Seborga a Bordighèra.
I “grandi” se ne stanno un po’ in disparte, molto sospettosi di fronte a quei pìccoli e poverìssimi fogli de la Tènda che all’inizio sono ciclostilati e pòi stampati in tipografìa senza carte patinate.

Il 16 febbraio del ’74 spòsa Anna Maria Verrastro, un’ insegnante elementare. Gli amici, conoscèndo lo spìrito controcorrènte di Tartamèlla, si aspèttano un matrimònio rivoluzionario: infatti si spòsano in chièsa con l’àbito bianco e la cravatta. Méttono al mondo dùe figlie, Nagi e Ajdi. Nagi è il nome della madre di Mouwaiya, l’amico persiano, un grande spìrito incontrato a Perugia durante il loro girovagare per l’Italia. Ajdi invece è il nome della protagonista di un racconto che Tartamèlla scrive per l’Intrèpido. Nel ’76 infatti Tartamèlla indòssa i panni di soggettista e sceneggiatore per la casa editrice Univèrso scrivèndo racconti per Il Monèllo, l’Intrèpido, l’Albo dell’Intrèpido.
Quando la rivista La Tènda chiude, tutta la redazione: Gianni Borraccino, Silvana Gay, Mauro Bàrtoli, sotto la guida di Agrippino Musso che li instrada nel mestière di sceneggiatori di fumetti, vanno a lavorare per la stessa casa editrice. Tartamèlla vi rimane dùe anni. Le sùe condizioni econòmiche migliórano.

Nell’ottobre dell’88 Carmèla la Vite, sùa madre, muòre d’infarto all’età di 68 anni. Seduta davanti al televisore acceso non si sveglierà più. Quando è il momento di commemorarla, l’amato figlio Piètro, convincèndo il padre, i fratèlli e le sorèlle, farà stampare sul “santino” da inviare ai parènti e agli amici, un tèsto modèrno, una poesìa sùa che a quel tèmpo risulterà rivoluzionaria rispètto alla tradizione siciliana.

Nel 1979 Tartamèlla inizia come gerènte in Vìa Cravèro 38, nella periferìa di Torino, il mestière di edicolante. Nell’83 rièsce a comprare un’edìcola e a méttersi per conto pròprio, indebitàndosi di nuòvo.
Da quel momento sarà conosciuto come “l’edicolante di Vìa Vanchiglia”. Il sùo mòdo di presentarsi al borgo è un volantino, un inconsuèto biglietto da vìsita che distribuìsce nelle buche delle lèttere. Il tìtolo di quel tèsto è: “La Scorreggia”. Per i bènpensànti ha come sottotìtolo “Riflessione apèrta su un fenòmeno della sottocute”. Appare per la prima vòlta, firmato con lo pseudònimo “Vergingetòrige”, sul numero di agosto/settèmbre 1976, anno IV, della rivista di poesìa e letteratura “La Tènda” fondata e dirètta dallo stesso Tartamèlla.
Condividèndo il pensièro e la filosofìa di William Burroughs, Tartamèlla utilizza i pròpri racconti come tèsti per conferènze, li frammenta, li dislòca in altri tèsti e contèsti, li reìntegra, li abbrèvia, li spèzza, li allunga, li adatta, ritenèndo opportuno e legìttimo dare ai pròpri scritti una mobilità assoluta.
Usa così la sùa scorreggia in divèrse occasioni facèndola diventare particolarmente provocatòria.
La prima vòlta nel 1983, sùbito dopo avér rilevato l’edìcola al numero 25 di Vìa Vanchiglia, la distribuisce in 10.000 còpie nei quartièri Barca, Bertòlla, Cèntro, e Borgo Vanchiglia. È il sùo singolare biglietto da vìsita, il sùo mòdo di presentarsi. La scorreggia, distribuìta, fa molto rumore e sùscita le reazioni più disparate: dalla risata allo scompisciamento, dall’incredulità al rossore, dalla simpatìa alla lèttera minatòria, alla telefonata anònima. Pur aspettàndosi qualche reazione schifata e arricciamenti di naso, Tartamèlla non immaginava che le sùe innocènti e veritière riflessioni naif su un fenòmeno della sottocute potéssero suscitare a quell’ època tanto livore da trasformarsi in minacce telefòniche e violènti epistolari anònimi. Comunque non si arrènde, anzi, stimolato e divertèndosi, inizia a dare la stura a tante e tali protèste e provocazioni che in capo a dùe anni viène addirittura elètto “Presidènte dell’Associazione Operatori Econòmici di Vìa Vanchiglia”. Rièsce cioè a conquistare fiducia, stima, simpatìa e séguito. Giunge a rivestire un ruòlo “ufficiale”, “istituzionalizzato”, sènza doversi tagliare i lunghi capelli e la barba, né èssere costretto a méttersi la cravatta, né a rinunciare alle scarpe da ginnàstica còmode ed econòmiche, né a rinnegare l’orecchino che gli pènzola dal lòbo sinistro.
Il sùo più grande succèsso polìtico, sociale e culturale è pròprio questo: farsi accettare così com’è.
Lùi che tante perplessità e timori aveva suscitato con la sùa figura così pòco ortodòssa, pròprio lùi che distribuìsce scorregge e riflessioni sottocutànee e provocazioni le più pazze, le più assurde, le più sottili e a non finire, divènta “Presidènte” dei commercianti di Vìa Vanchiglia.
Ma le sùe stravaganti azioni sono sèmpre accompagnate da scritti che indùcono a una riflessione. Tutta la gènte di Vanchiglia, un borgo di venticinquemila abitanti (quando Tartamèlla non decide di tracimare in altre contrade e quartièri) lègge i suòi scritti e li comprènde.
La stessa scorreggia, con qualche arrangiamento, Tartamèlla la ricicla in alcune migliaia di còpie nel 1987 durante la sùa campagna elettorale che lo ha visto candidato in Parlamento nelle liste del Partito Radicale. Una campagna fatta a colpi di letture pùbbliche di poesìa nelle piazze, per la quale poté spèndere solo trecèntomìla lire e gli costò anche una denuncia per avér esposto nelle bachèche della sùa edìcola cartelloni che pubblicizzàvano la sùa candidatura. L’imputazione per “avér esposto propaganda elettorale fuòri dagli appòsiti spazi” risultò infondata. Difeso dall’avvocato Èlena Negri, Tartamèlla risultò assòlto in quanto il fatto non sussisteva.
Molti anni sono passati dalla prima massiccia distribuzione della scorreggia. Ora per fortuna non ci sono più le reazioni violènte di quella prima vòlta. Ma non si può mai dire!

Pur se impegnato in edìcola a lavorare quattórdici ore al giorno, Tartamèlla rièsce a frequentare per dùe anni, la sera, la scuòla di teatro di Carla Pescarmona.
Successivamente frequènta il corso di mimo di Franco Cardellino.
Anche l’edìcola, come un tèmpo la sùa cameretta ammobiliata di Vìa Madama Cristina, è un punto di riferimento. Organizza serate presentando personaggi e libri. Sono suòi òspiti lo scrittore Àngelo Gaccione di Milano, l’editore Bertani di Verona, il giornalista–scrittore Àngelo Quattròcchi di Giuncàrico. Èscono nel frattèmpo dùe antologìe, “Il Màgico negli Òcchi” e “Addìo a Proust”. Tartamèlla vi compare con alcuni suòi componimenti insième a Zanzòtto, Buttitta, Brugnaro, Fortini, Rovèrsi, Gaccione, Argnani.
La poesìa “I Lavoratori” compare in un tèsto scolàstico per le scuòle elementari curato da una casa editrice meridionale.
Tartamèlla è sèmpre attratto dal mòtto “la poesìa in polìtica”.
Per realizzarlo tròva il tèmpo di impegnarsi nel sindacato per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro degli edicolanti che fanno orari massacranti. Ne sa qualcòsa egli stesso quando pròva sulla sùa pèlle còsa signìfica un esaurimento nervoso. Non andrà da un mèdico. Si curerà da solo con effètti placèbo, fumando la pipa e ascoltando continuamente, cènto vòlte al giorno, per giorni e giorni, la mùsica del “Bolèro” di Ravel. Ne uscirà guarito sèi mesi dopo.
Divenuto presidènte dell’Associazione Operatori Econòmici di Vìa Vanchiglia realizza molte iniziative sino a stampare anche un giornale del Borgo.
Nell’87 è candidato in parlamento con il partito Radicale. Frequènta la sède di Vìa San Tommaso 7 e nasce una collaborazione polìtica con Àngelo Pezzana.
Nelle amministrative del maggio 1990 si presènta come indipendènte nelle liste del partito comunista, per la 7ª circoscrizione. È elètto consiglière.
Viène elètto altresì mèmbro della Consulta delle Associazioni di Vìa, presieduta da Giusèppe De Marìa.

Nell’estate dell’84 viène invitato ufficialmente dal comune di Camporeale, il paese dove è nato.
Da vent’anni non aveva più avuto rappòrti con le sùe orìgini. Lo accompagna il padre.
È l’ùltimo viaggio che sùo padre farà prima di morire.
La Pro Lòco di Camporeale organizza la fèsta intorno al tèma dell’emigrazione. Tartamèlla viène abbinato agli Inti–Illimani. È un succèsso. Quarantamila persone ascóltano il sùo rècital.
Di quel ritorno in Sicilia ne pàrlano i giornali locali e, oltre ocèano, i giornali italo–americani degli emigrati. Conosce in quella occasione Marìa Saladino, la battaglièra insegnante che ha costruìto scuòle per i figli degli assassinati dalla Mafia, facèndo un giro di conferènze persino in Amèrica per la raccòlta dei fondi necessari. Mentre è in Sicilia, Tartamèlla vorrèbbe conóscere Danilo Dolci, ma con molto rammàrico non rièsce ad incontrarlo.
Riscopèrta la sùa tèrra, che ha sèmpre portato nel cuòre, l’anno successivo Tartamèlla, dopo la mòrte del padre, sènte il bisogno di appropriàrsene profondamente e inizia un viaggio, una sòrta di ritiro spirituale, camminando a pièdi sui monti Peloritani, sùi Nèbrodi e le Madonìe, da Messina a Palèrmo, sino a Camporeale il paese dove è nato.
Al ritorno scrive i racconti “La Cattedrale di Mastro Chèli”, “La Signora delle Fèrrovìe”, “Herbert e la Bottiglia”, e il libro per ragazzi “L’Àfrica in giardino”.

Il 22 giugno 1985 sùo padre muòre. Gli lascerà in eredità, dopo una vita di lavoro, soltanto una còppola.
Tartamèlla la porterà in tèsta per dùe anni, con il religioso intènto di fare sùo, nel più profondo, lo spìrito del padre. In chièsa, durante la cerimònia fùnebre, sènza preavviso né accòrdi precedènti con nessuno dei famigliari, Tartamèlla darà l’ùltimo saluto a Vincènzo, sùo padre, suonando con le làcrime agli òcchi alcune nòte con un flauto dolce, seminascosto diètro una colonna della navata centrale della cattedrale di Ventimiglia Alta.

Nell’87 Kathrin D. Marocchino, una collaboratrice de La Tènda, gli scrive dall’Università di Stanford, in Califòrnia, dove insegna. Lo informa che migliaia di studènti americani ogni giorno nelle università lèggono, su un libro di tèsto, un brano che fa riferimento alla rivista di poesìa e letteratura “La Tènda”, fondata a Torino da Piètro Tartamèlla.

Nell’87 conosce Carmelina Grèco. Da lèi impara l’arte del ricamo. Nasce sùbito un’amicizia e una collaborazione. Insième progèttano e realìzzano, con l’aiuto di un gruppo di dònne del Borgo Vanchiglia, una sèrie di quadri ricamati a mano, a punto èrba e punto lanciato, che illùstrano le Mille e Una Nòtte. Un lavoro straordinario che durerà alcuni anni. Tartamèlla racconterà le fiabe delle Mille e Una Nòtte illustrate con quei lavori splèndidi.

Nell’88 si diplòma alla Scuòla di Giornalismo e Pùbbliche Relazioni di corso Matteòtti dirètta da Piètro Rossi. Continua a scrìvere libri sènza preoccuparsi di pubblicarli. Inèditi sono i dùe saggi “Chi sterminerà i poèti?” e “Questo mestière di giornalaio”. Nel primo descrive la sùa concezione della poesìa gestazionale. Nel secondo traccia un’anàlisi sòciopolìtica ed econòmica sulla condizione e il lavoro degli edicolanti in Italia. “Questo mestière di giornalaio” è un saggio di polìtica sindacale, parla di cifre, nùmeri, rèdditi, ma lo stile con cùi è scritto è particolare. Per averne un’idèa ècco l’introduzione:

“Mìo padre è mòrto di cancro nel giugno del 1985. Emigrato. Muratore. Analfabèta. Siciliano come me. È stato l’uòmo che più hò amato. Soprattutto per la sùa grande saggezza e la sùa straordinaria intelligènza. Un giorno, in occasione del sùo ùltimo viaggio in quell’ìsola misteriosa che è la Sicilia dove si recava, dopo molti anni di assènza, a vedere e a salutare per l’ùltima vòlta gli amici d’infanzia, anche loro ormài vècchi di settantasèi anni, ìo gli dissi che lo amavo. Lo stimavo incondizionatamente, e non perché èra mìo padre, ma perché era semplicemente un uòmo “ricco” capace di generare sentimenti di affètto e di stima.
Lùi, che aveva sperimentato in quella occasione per la prima vòlta il viaggio in aereoplano, con gli òcchi velati dal ricòrdo di cavalli e di tèrra e di paese dov’èra nato, non rispose. Ci èra rimasto male. Pensava che avessi dovuto apprezzarlo perché èro sùo figlio.
Immobilizzato da più di un anno in un lètto, passava i suòi giorni dalla casa all’ospedale. Aspettando il sùo ùltimo giorno sognavo di abbracciarlo nel momento in cùi sarèbbe spirato. Sì, desideravo strìngerlo fra le mìe braccia mentre moriva. Non mi fu possìbile.
Il mìo lavoro di giornalaio me lo ha impedito.
Mìa moglie fa l’insegnante elementare e le mìe dùe figlie vanno a scuòla. Avrèi desiderato vìvere con loro un rappòrto più fisicamente ravvicinato abbracciarle strìngerle dialogare créscere con loro più spesso.
Ma non mi è stato possìbile in questi anni.
Il mìo lavoro di giornalaio me lo ha impedito.
Dopo avér conseguito il Diplòma di Geòmetra hò frequentato un anno di Ingegnerìa al Politècnico di Torino. Pòi mi iscrissi alla Facoltà di Lingue e Letteratura Stranièra. A quattro esami dalla Làurea abbandonài tutto, perché scoprìi che un pèzzo di carta non qualìfica un uòmo e non attèsta nessuna particolare qualità, né ricchezza interiore.
Ma questo non tutti pòssono capirlo.
Hò sèmpre lètto e divorato libri fin da quando èro bambino; appassionato di ogni conoscènza: dalla filosofìa al cìnema al teatro alla poesìa alla linguìstica alla sociologìa agli origàmi ai salti mortali. Ma da quando faccio il giornalaio (sono quasi òtto anni) hò dovuto rinunciare a molti interèssi. Miravo a costruìrmi una personalità ricca, matura, lìbera, creativa, pièna in ogni sùo aspètto. Un disegno a cùi più non vòglio rinunciare e che ora, quasi alla sòglia dei quarant’anni, e forse grazie anche alle difficoltà incontrate, perseguo con maggiore consapevolezza e maggiore determinazione.
Il mìo lavoro di giornalaio, costringèndomi ad un impegno di quìndici ore al giorno, mi ha sospinto nella deplorévole condizione di non potér più lèggere un libro.
Per bèn cinque anni consecutivi non sono riuscito con gli òcchi a scórrere un rigo di tipografìa, pur con tutte le tentazioni delle riviste in edìcola, né hò scritto quanto avrèi desiderato. Sopraffatto da un esaurimento nervoso strisciante e vissuto in privato in silènzio sènza ricórrere a mèdici né a lunghi ripòsi né a cure di sonno, perché il mìo lavoro di giornalaio me lo impediva, hò sperimentato il degrado culturale, l’impoverimento dello spìrito, la vessazione di un lavoro svòlto in condizioni abnòrmi e fuòri da ogni buòn sènso e ragionevolezza.
Hò visto molti collèghi rintronati condursi coi pièdi striscianti infelici esausti anch’essi. Solo quando toccài il fondo èbbi la fòrza di chièdermi: “ma questo mestière di giornalaio, che còs’è? Che còsa vuòl dire questo morire morire pian piano defraudato di ogni altro interèsse di ogni altra possibilità?”
Così sono entrato nel sindacato con lo scòpo di fare un giornalino. Lottare perché le mìe condizioni di vita e di lavoro potéssero cambiare.
Le tre motivazioni esposte all’inizio, personalissime, sono sufficiènti a dimostrare quanto sono disposto a tirare fuòri gli artigli a mòrdere e graffiare pur di non sottostare più a una condizione di lavoro così anacronìstica e degradante. Forse altri hanno motivazioni divèrse.
Sono un giornalaio come voi.
Quello che hò scritto in queste pàgine sono la mìa e la vòstra stòria.
È a voi che mi rivòlgo prima di tutto. E pòi a coloro che hanno fatto questo mestière in passato e che sono fuggiti disgustati per andare a cercare qualcòsa di mèglio. E mi rivòlgo a chiunque: operaio, impiegato, casalingo, imprenditore, polìtico o giocolière che perverrà, per qualsiasi motivo, a questi fògli.
Sapete, li hò scritti in negòzio servèndo i cliènti con una mano e con l’altra battèndo a màcchina e nei brevìssimi intervalli fra un cliènte e l’altro. Ognuno di voi sa benìssimo quanto è difficoltoso fare la resa e imbastire una addizione mentre si è costantemente interrotti dai cliènti entraedèsce. Immaginate dunque la difficoltà di bàttere a màcchina, mantenere il filo lògico del discorso e l’argomentazione.
Ma sono contènto: questi scritti infine sono riuscito a métterli insième.
Mi permetteranno di comunicare con voi.
Anche il giornalino che avevo in mente voleva èssere uno strumento per comunicare con voi. Ma non sono stato in grado di spuntarla all’intèrno dell’attuale Consiglio Direttivo Provinciale del Sindacato. Forse domani.
Forse ce la faranno altri.
Òggi sono qui. Faccio quello che pòsso. Domani potrèi èssere altrove.
In ogni caso sèmpre di passaggio.
Viviamo all’intèrno di quattro mura o quattro lamière di chiòsco per quìndici ore al giorno sènza poterci perméttere grandi evasioni e allontanamenti. Col tèmpo finiamo con l’abituarci talmente a quella pòca superficie divenuta familiarìssima come le nòstre tasche, che finiamo addirittura (tròppo necessario è il bisogno di sognare come il pane) col considerarla il nòstro regno, a vòlte il nòstro castèllo, spesso la nòstra roccafòrte, forse il nòstro convènto. O la nòstra prigione. Una cèlla che, sola, divènta un univèrso.
La comunicazione si fa diffìcile, perché anche gli altri collèghi giornalài sono chiusi nella loro prigione e la distanza è andata tròppo dilatàndosi. Per tròppo tèmpo.
Le osservazioni e le particolari sfumature descritte in questo saggio non sono tutta farina del mìo sacco. I giornalài con la loro semplicità, pur con la loro difficoltà nell’esprìmersi, pur nella loro disinformazione e nel loro isolamento, hanno saputo essi stessi individuare molti dei nòstri problèmi nonché le intenzioni degli editori che sembràvano tanto oscure o addirittura inesistènti.
Se un mèrito mi si vuòle riconóscere è quello di avér messo insième le osservazioni, di averne trovato il nèsso lògico, di avér materialmente scritto e costruìto questa documentazione di duecènto pàgine che può èssere uno strumento ùtile per i giornalài e per il sindacato.
Vòglio quindi ringraziarli tutti quei giornalài per i loro suggerimenti, anche inconsapévoli, che mi hanno dato durante le assemblèe, negli incontri di base e in quelli dei dirigènti. Ringraziarli perché dalle loro isolate osservazioni hò potuto méttere insième i tassèlli e ricavare un quadro generale della situazione.
Se hò dato qui e là l’impressione di avér tròppo calcato la mano nel descrìvere la condizione dei giornalài, ricòrdo che mi sono riferito alla mèdia. Molti collèghi vìvono discretamente bène infatti, ma ciò non tòglie che ve ne sìa una gran parte in grado di riconóscersi nel dipinto. E sono quelli che più hanno necessità di un lavoro ragionévole e mèglio pagato.
Per quanto riguarda le crìtiche e le frecciate al Sindacato, nulla di grave: le ritèngo salutari se c’è la disponibilità al miglioramento, se l’ànimo è sgombro da pregiudizi e se non vi sono eccessivi e morbosi attaccamenti alle poltrone.
Calàndomi con i pòchi mèzzi a disposizione nello studio dei problèmi della categorìa hò fatto ciò che hò potuto. Mi sono però ritrovato, man mano che scrivevo questi fògli, più maturo e consapévole.
Poiché la créscita culturale e la creatività sono fini che hò sèmpre perseguìto, non pòsso che èssere contènto di questo mìo nuòvo pìccolo passo. Vorrèi conóscere di più. Acquisire nei dettagli e ampiamente tutte le divèrse realtà nazionali della categorìa: dati, informazioni, notizie, tutto ciò insomma che ancora mi manca per sentirmi profondamente preparato. Conóscere di più non per “dovere”, perché non c’è nulla che ìo faccia per dovere, ma perché è bèllo conóscere, perché alimenta la créscita culturale e spirituale e la qualità della vita, perché è piacévole, perché è un giòco.
Quindi nulla di speciale. In fondo le còse sono sémplici, anche se il più delle vòlte nascoste. Mi sono avvicinato ai problèmi della categorìa con la semplicità di chi davvero ama capire le còse, apèrto ad ogni pensièro che potesse aggiùngere un tassèllo. Con la stessa semplicità che vi avrèbbe messo mìo padre, emigrato e analfabèta. Con la stessa semplicità hò cercato di descrìvere sottigliezze psicològiche, strategìe degli editori, meccàniche evanescènti, ma concretamente reali che spesso trascuriamo, ma che non sarèbbero sfuggite a mìo padre in grado con la sùa intelligènza e la sùa sensibilità di “comprèndere”, prima che morisse di cancro e prima che ìo potessi abbracciarlo per l’ùltima vòlta.
Ma non mi fu possìbile. Il mìo lavoro di giornalaio me lo ha impedito”.

Pietro Tartamella



Inèditi sono anche il romanzo autobiogràfico “Il Padre ed il Paese”, la raccòlta di artìcoli e riflessioni “Gli sgabellari”. Si cóntano sulla punta delle dita le vòlte che Tartamèlla ha partecipato ad un concorso letterario. Li ha sèmpre disertati. Sèmpre si è tenuto lontano dai canali ufficiali, consuèti, consolidati. Fin dai tèmpi in cùi èra studènte universitario a Torino, prima al Politècnico e pòi alla facoltà di Lingue e Letteratura Straniera, ha sèmpre stampato in pròprio, diffuso e venduto di persona, o regalato, i suòi scritti sotto forma di volantini, ciclostilati, fotocòpie, libri, libretti, letture.
Gli piace sentirsi una goccia d’acqua in un mare di guai.
Gli Sgabellari sono racconti, riflessioni, artìcoli, intervènti, considerazioni, poesìe che Tartamèlla ha diffuso in manièra del tutto particolare. Per molti anni ha esposto, dinanzi alla sùa edìcola, uno sgabèllo di legno. Sopra lo sgabèllo un’alta pila bianca di fògli: i suòi scritti in fotocòpia. La gènte del quartière, che è l’interlocutore specìfico a cùi si rivòlge, passando prènde quei fògli, li lègge, li passa agli amici, ne fa altre fotocòpie, li spedisce a conoscènti in altre città, li consèrva.
Tartamèlla concepisce la scrittura come un sémplice strumento attravèrso cùi veicolare opinioni, poesìa, immaginazione, fantasìa, sogni, atmosfère, esperiènza, ironìa, tristezza, nonsènso. Un giòco sèrio insomma. La scrittura come rituale. La gratificazione gli deriva dall’atto fine a sé stesso dello scrìvere, e dal fatto che centinaia di persone: studènti, operài, massaie, padri di famiglia, dònne, vècchi, commercianti, professionisti, pensionati, professori, cattòlici, atei, delinquènti, omosessuali e persino analfabèti, lèggono davvero i suòi Sgabellari, li comméntano, li riprodùcono, li diffóndono ancora, reagìscono in qualche mòdo. Di tanto in tanto Tartamèlla ha infatti notizia di qualcuno che in Liguria, Toscana, Roma, Francia, Germania, Stati Uniti,  ha lètto un sùo scritto avuto da un amico che a sùa vòlta lo ha avuto dall’amico di un amico di un amico che a sùa vòlta lo ha preso da quello sgabèllo di legno in Vìa Vanchiglia, dinanzi alla sùa edicola.
Con i suòi Sgabellari Tartamèlla ha abituato al pròprio stile un intero quartière, coltivando lettori affezionati disposti a lèggerlo con piacere e con interèsse, tanto da potersi perméttere di scrìvere volantini, anche di natura sindacale e polìtica, lunghi divèrse pàgine lasciando incrèduli amici, sindacalisti, polìtici, istituzioni, gruppi e associazioni.

Nel 1987 il Fisco, con l’invìo della sùe cartèlle esattoriali, gli imponeva di pagare, ingiustamente, decine di milioni, lo costringeva a fare ricorsi, lo calpestava nella sùa dignità, gli toglieva il tèmpo che avrèbbe voluto dedicare alla chitarra e alla sùa famiglia: nò, non èra giusto. Fece lo sciòpero della paròla.
Restò cèntoventidùe giorni muto. Sènza più parlare con nessuno.
Lo sciòpero della paròla fece notizia. Giornali e schermi televisivi ne parlàrono. Si mòssero sindacati e autorità. La Commissione Tributaria di 1º Grado, sezione Undicèsima, si riunì il 27 dicèmbre. Gi diède ragione. I giornalài italiani non èrano più terrorizzati dall’artìcolo 74 del DPR 597 che calcolava guadagni anche il còsto dei giornali.
Sembrava fosse tutto finito. Anche la stampa scrisse fisco battuto.
Ma non èra finita. Avvenne che l’edicolante di Vìa Vanchiglia ricevètte un secondo accertamento, relativo all’anno 1980. Questa vòlta gli chiedévano 51 milioni! L’artìcolo 74 èra rimasto in èssere.
Avrèbbe dovuto di nuòvo fare ricorso.
Scrisse una lèttera raccomandata con ricevuta di ritorno all’allora Ministro delle Finanze e, per conoscènza, scrisse ai sindacati, ai partiti, a tutti i ministri. Scrissi così:

“Caro Visentini
disdico la mìa disponibilità ad èssere vessato.
Hò trascorso cèntoventidùe giorni muto, qui nella mìa edìcola, sènza più rivòlgere paròla al cliènte, all’amico, al bambino che compra figurine. Significando il dissènso, sottolineando le iniquità e le storture del fisco.
Ti scrivo dal più profondo silènzio.
Riconosci il tòno del fratèllo?
Si esprime pacato. Con chiarezza.
Ricevo in questi giorni dall’Ufficio Distrettuale delle Impòste Dirètte di Torino, l’avviso di accertamento per l’anno 1980. Di nuòvo, ciècaménte, è applicato l’art. 74 del DPR 597. Di nuòvo è stato computato come guadagno il còsto dei giornali. E si conclude che il mìo rèddito imponìbile per il 1980 è di cinquantuno milioni!
Di nuòvo dovrò fare ricorso, ricórrere a un commercialista che mi assista. Di nuòvo la Commissione Tributaria di 1° grado mi darà ragione, come è accaduto per il ricorso relativo all’anno 1979. Deduco che non hai mandato istruzioni agli Uffici Perifèrici per sollevarli dalle responsabilità che non vògliono assùmersi, o che non pòssono prèndersi.
Nessuna circolare per dire che l’art. 74 non è da applicarsi alla categorìa giornalài, perché i còsti di questi benedetti giornali e riviste sono cèrti, e si dèvono detrarre.
Pagheremo gli errori per non averli registrati, ma solo quel–
li, che sono un’altra còsa. Hò versato in questi giorni il mìo
92 per cènto: l’acconto delle tasse dovute. L’acconto, capisci? È sufficiènte.
Non sono disposto a pagare commercialisti.
Sono sòldi rubati alla mìa famiglia, ai mièi figli che amo e che meriterèbbero molto di più di quanto con il mìo modèsto lavoro di quìndici ore al giorno non pòssa loro offrire, non foss’altro per il bène che mi vògliono.
Perché non hai inviato istruzioni agli Uffici Distrettuali delle Impòste Dirètte? Ci sono forse motivi ideològici, tècnici, particolari? Problèmi di procedura?
Intèndo conóscerli, valutarli.
Mi costringi a fare percorsi burocràtici, trafile.
Mi metti nella condizione di spèndere altri sòldi, oltre a
quelli già versati al fisco. Perché? Per farci lavorare dùe vòlte amministrando male il nòstro tèmpo, il nòstro danaro, le nòstre risorse? Ruotiamo intorno ad un artìcolo 74 per prènderci in giro miserevolmente, come se entrambi non fóssimo persone che sanno còsa signìfica lavorare.
Pago, con i mièi sòldi di contribuènte, un tùo stipèndio, quello dei Commissari Tributari, quello degli impiegati agli Uffici Impòste, per che còsa? Per farli lavorare a vuòto? Improduttivamente? Per farci sottoporre a tensioni e andirivièni che mìnano la giòia, il buònumóre, la salute?
Ma forse dalle altitùdini dei Ministèri si pèrde il sènso del quotidiano. Ci si diméntica che esìstono giornate di sole, e che gli èsseri umani hanno vòglia di stèndersi come lucèrtole, e sorrìdere sènza il pensièro che qualcuno, dimenticàndosi di loro, dèbba pervenire a maltrattarli e a ferirli nel cuòre. Capisco i grandi problèmi sociali che ci assìllano.
La tùa posizione diffìcile. Sì, capisco. In cèntoventidùe giorni, tanti quanto è durato lo sciòpero della mìa paròla, non hai trovato il tèmpo di occuparti dell’artìcolo 74.
Non è un favore che ti chièdo, e tanto meno una raccomandazione. Conosci bène la natura e gli estrèmi del problèma. Un invito all’attenzione, all’urgènza, alla ragionevolezza.
Il mìo diritto di contribuènte giustìfica questo scritto e mi fa dire: non vòglio che i mièi pòchi sòldi vèngano sprecati, dissipati in pràtiche e ricorsi e burocrazìe e commercialisti.
Ti parlo dal più profondo silènzio.
Nòti tra le righe il tòno del fratèllo, dell’amico?
Dovremmo potér avere la certezza di guardarci negli òcchi sènza vergogna, con la serenità di non èsserci fatti del male, con la stima e il rispètto di cùi ogni èssere umano ha bisogno, lùi e la sùa famiglia, sìa che viva nei grandi mètri cubi vuòti delle stanze di Palazzo, tra stelle e vertìgini di ministèri, sìa che viva tra giornali quotidiani e pacchi–resa, tra gènte qualunque e silènzi. Dove ogni èco ha il suòno del ritorno. Disdico la mìa disponibilità ad èssere vessato.
In attesa di un riscontro riprèndo lo sciòpero della paròla.
Comprèndi, e accètta il mìo nudo saluto.

Piètro Tartamèlla



Dopo il lungo sciòpero della paròla contro il Fisco, Tartamèlla fonda nel marzo del 1987, con atto notarile, l’ARISC un’associazione che organizza protèste non violènte per denunciare ingiustizie, incostituzionalità e soprusi da parte dello Stato e della pùbblica amministrazione.
Le azioni, sèmpre eclatanti e fantasiose, finìscono sùi giornali e in televisione.
Utilizzando sapiènteménte i mass–media l’ARISC (Associazione per la Riappropriazione della Sovranità del Cittadino) rièsce a sollevare problèmi, spingèndo amministratori e polìtici a prèndere in considerazione fatti che richièdono una soluzione e una risposta.
Ogni protèsta è accompagnata da scritti chiarificatori che spesso sono veri e pròpri pèzzi letterari come la “Lèttera Apèrta ai rapitori di Marco Fiora” che richiède, dato il contenuto particolare, una introduzione un pò’ dettagliata.
Marco Fiora viène rapito il 2 marzo 1987. Dopo mesi di silènzio, durante i quali non si hanno più notizie del bambino, Tartamèlla intuìsce un sùo possìbile intervènto. Uno sciòpero della vista. Bendarsi gli òcchi. Scrìvere una lèttera apèrta ai rapitori di Marco. Qualcòsa gli dice che questo gèsto servirà.
Lo intuìsce semplicemente, non sa spiegare il perché. È una intuizione profonda. Sa soltanto che dève cómpiere quel gèsto e dève scrìvere quel messaggio ai rapitori. Una energìa. Una fòrza interiore.
Cònvoca un’assemblèa dell’ARISC. Illustra l’idèa. Non interèssa a nessuno. Tutti pènsano che sìa una sciocchezza, una pagliacciata che non servirà a niènte. Non sono disposti a finanziarla.
Solo Anna e Mario, e pòi Biagio, anche se scèttici, pènsano che si potrèbbe tentare.
Tartamèlla dichiara con calma e con incredìbile sicurezza che farà quella protèsta comunque, anche se dovesse rimanere solo. È così determinato che i sòci ARISC, anche se con mille incertezze e malincuòri, acconsèntono al finanziamento e dànno la pròpria disponibilità a gestirla.
Si passa immediatamente alla fase operativa. Tartamèlla parla con i genitori di Marco. Li informa che si accinge a fare uno sciòpero della vista. Sottolìnea che li informa soltanto, perché gli sembra giusto, ma non dèvono considerare quel loro incontro come una richièsta di permesso.
È intenzionato a fare comunque quella protèsta.
I genitori di Marco, disperati per non avér avuto più notizie del figlio rapito, rispóndono che ormài era stato tentato di tutto e se pròprio Tartamèlla se la sènte di fare quel sacrificio per Marco non pòssono fare altro che ringraziarlo.
Tartamèlla analizza divèrse decine di appèlli fatti, in occasione di rapimenti, da polìtici, religiosi, amministratori, sìndaci, uòmini di cultura, véscovi, il Papa stesso, Celentano in tivù, Pippo Baudo. In tutti questi appèlli manca qualcòsa.
In essi si chiède semplicemente di liberare il rapito. Nessuno offre qualcòsa in cambio.
Tartamèlla imbastisce la sùa Lèttera Apèrta in mòdo tale che in realtà qualcòsa òffre ai rapitori in cambio della liberazione di Marco. Quello che òffre sa che non potrà èssere condiviso dall’istituzione, sa che verrà censurato dai mass–media, sa che non può èssere detto, perché è un tabù, sa che tutta la nòstra società è fondata su una cultura del nascondimento.
Pur prevedèndo il vespaio che andrà a scatenare, pur sapèndo che molti si schiereranno con lùi e molti contro, l’edicolante di Vìa Vanchiglia decide di rischiare.
Il sùo scòpo è uno solo: fare qualcòsa che sèrva davvero a far liberare Marco.
Tartamèlla è sicuro che il gèsto di bendarsi gli òcchi per quaranta giorni produrrà un grande effètto sui rapitori. Si sfòrza di méttersi nei loro panni, di ragionare con la loro tèsta; sa di toccare tasti ancestrali e pòi lui non è un polìtico, non ha un ruòlo “ufficiale”, è semplicemente un giornalaio che conosce Marco perché veniva a comprare pìccoli giòchi e figurine nella sùa edìcola. In pòche paròle Tartamèlla parla ai rapitori in mòdo incredibilmente chiaro ed onèsto.
Il tèsto della Lèttera Apèrta viène registrato su cassetta e inviato in tutta Italia a decine di Radio Private. Viène diffuso attravèrso canali underground, giornali alternativi e giornali sindacali tra cùi quello dello SNAG giornalài. Tutta l’informazione ufficiale invece censura la lèttera. Nemmeno Radio Radicale manda in onda l’appèllo. Il 5 febbraio 1988 inizia lo sciòpero della vista.
Un’alta pila di fotocòpie della Lèttera Apèrta è esposta sullo sgabèllo di legno dinanzi all’edìcola di Vìa Vanchiglia fin dal mattino prèsto.
Il giorno dopo, con sorpresa, arriva in edìcola la prima telefonata da parte dei rapitori.
La telefonata fa riferimento, anche se vagamente, al contenuto della lèttera. Poiché il tèsto non è ancora stato mandato in onda dalle radio private, e nessùn giornale ancora lo ha pubblicato, signìfica che i rapitori lo hanno preso da quello sgabèllo!
È un dato importante.
Le telefonate contìnuano. Una ventina in tutto. Prima in edìcola e pòi a casa, anche con minacce, se Tartamèlla non riuscirà a far pubblicare dai giornali quello che i rapitori vorrèbbero, i quali in sostanza contìnuano a dire che il padre di Marco i sòldi ce li ha e non li vuòle tiràr fuòri.
Ma Tartamèlla non ha nessùn potere né voce in capìtolo nelle redazioni dei giornali.
E pòi quella richièsta èra insensata e non bisognava cèdere.
Occorreva tergiversare, anche perché Tartamèlla non ha nessuna prova per testimoniare che i rapitori sono davvero in contatto con lùi. Se ne avesse parlato, qualcuno avrèbbe potuto pensare “si è montato la tèsta”. Per questo motivo, per molti giorni, non potrà parlare con nessuno del sùo contatto con i rapitori.
Una sera, finalmente, quella voce anònima gli dice al telèfono di recarsi al Cimitèro di Sassi dove in una costruzione diroccata avrèbbe trovato una busta rossa contenènte una fòto che dimostrava che Marco èra ancora vivo.
Insième alla fòto una lèttera anònima.
Da quel momento, con una pròva in mano, la situazione si sblòcca. Molti altri evènti imprevisti si sómmano e si susséguono. Nel giro di alcuni mesi, il 2 agosto 1988 Marco è lìbero.
Molti pòssono non condivìdere l’impostazione o alcuni dei concètti esprèssi in questa “Lèttera Apèrta ai rapitori di Marco Fiora”, ma si invita il Lettore a ricordare che la Lèttera, e il sacrificio di restare quaranta giorni con gli òcchi bendati, avévano uno scòpo solo: fare in mòdo che Marco fosse liberato. Giudicàtela con questa òttica.


LÈTTERA APÈRTA
AI RAPITORI DI MARCO FIORA

È con gli òcchi bendati che mi rivòlgo a voi fin da queste prime dùe righe con difficoltà.
“Cari”? o “Gentili signori”?
È così che di sòlito inizia una lèttera.
Ma voi siète rapitori di un bambino. Questo appèllo è pùbblico. Sarà lètto da migliaia di persone che guàrdano e giùdicano e stanno a sentire e che, probabilmente, nùtrono vèrso di voi un òdio profondo.
”Cari sequestratori”?
In un esòrdio così vi si sarèbbe potuto vedere simpatìa, col rischio per me di pèrdere la stima conquistata sinora e la considerazione di molti.
Ma le còse che mi accingo a dire non sò se mi salveranno da questo rischio che intèndo però affrontare con chiarezza, onèstaménte, e ostinatamente scrivèndo.
A dire il vero non hò certezze.
Non sò neppure se questo scritto vi perverrà.
Non sò se saranno davvero migliaia le persone ad ascoltare, né se la stampa parlerà del mìo gèsto, se pubblicherà questa lèttera intera o solo uno stralcio, se riferirà il mìo pensièro e in che mòdo.
In fondo è un appèllo insòlito: muòvo un’accusa allo Stato.
Lo Stato, voi lo sapete, ha mèzzi potènti ed è inafferràbile.
Come il fisco. Dèvo sòldi al fisco. È da anni che dò sòldi al fisco privando me stesso e la mìa famiglia.
Ritèngo che il fisco pòssa aspettare qualche giorno.
Ora ritèngo più ùtile e più onèsto spèndere quel pò’ di danaro che possièdo in questo appèllo, in questo discorso con voi.
Sono un uòmo lìbero. Intèndo esprìmere le mìe ricchezze interiori.
Cèrto c’è un rischio: può darsi che qualche zelante funzionario dello Stato mi prènda di mira per questa mìa scelta, decidèndo di sottopormi a torture psicològiche, andirivièni burocràtici e tenaglie per piegarmi.
Di fronte a un possìbile silènzio dei mèzzi di informazione, diffonderò questo scritto a spese mìe, come pòsso, con l’aiuto di chi vorrà aiutare.
Sono un sémplice giornalaio che lavora quìndici ore al giorno.
Quale tìtolo pòsso accampare per sentirmi autorizzato a rivòlgermi a voi, a parlarvi, a indirizzarvi un appèllo?
Non sono né Sìndaco, né Véscovo, né Celentano.
Il bambino che tenete prigionièro èra un mìo pìccolo amico, tutto qui.
Veniva in edìcola a comprare una figurina o un giornalino.
In tasca pòche lire lo facévano sentire importante. Assumeva atteggiamenti da grande e faceva domande. Pòi arrossiva quando gli dicevo che i suòi sòldi non bastàvano per acquistare quella cassetta di fiabe che aveva adocchiato. Fuggiva vìa allora quasi come un pianto.
Persone più qualificate di me dunque, e più altolocate, vi hanno rivòlto appèlli sognando il rilascio di Marco per Natale.
Mi sono chièsto per quale motivo avreste dovuto èssere buòni per Natale.
Ècco, ora, fra i vòstri ricòrdi, state cercando un nome, un volto, una persona, qualcuno che sìa stato buòno con voi qualche vòlta.
Sìndaco e Véscovo sono figure d’autorità. Rappresèntano lo Stato, la Chièsa, le Istituzioni.
Un sémplice giornalaio che rappresènta sé stesso e i suòi pensièri non dève salvaguardare l’immàgine di uno Stato buòno, anzi, questo Stato che opprime con tasse enormi e disservizi e succhia il sangue, le fòrze, la salute, e a vòlte la speranza, ìo lo contèsto apèrtaménte a testa alta in continuazione.
Chi persegue, crede, propugna o difènde l’idèa della “punizione”, credo che in sostanza egli persegua, creda, difènda e propugni il disimpegno.
I nòstri còdici sono prontuari di pene da attribuìre: una autèntica e ufficiale attestazione di disimpegno.
Punire chi compie un delitto? Oppure creare le condizioni, affinché quel delitto non si compia?
La prima vìa è còmoda, sémplice, non c’è chi non se ne avveda.
Bèn altro sfòrzo richièdono la giustizia e la ricerca di soluzioni.
In aule strette di tribunali come catene di montaggio avvocati e giùdici pagati indòssano e disindòssano tòghe come se nulla fosse. Un crocefisso alla parete e una làpide al piède, la legge è uguale per tutti.
Coloro che comméttono reati hanno un’attenuante: lo Stato ingiusto, l’Istituzione lontana, la casa, l’affitto, il pane, il vestito bucato, la fatica, il lavoro, i giòchi perduti e l’infanzia che è volata. L’adulto l’uòmo la madre l’amore negato. Hò patito ingiustizie e vessazioni lo Stato sènza fine una muraglia quando sono nato non hò firmato contratti con lùi né scritti né parlati eppure da anni lo Stato mina la salute offènde e ignòra.
La sensibilità, le scelte, la coscienza, sono mìo diritto.
Combatto lo Stato sènza violènza.
Non hò particolari talènti per riuscire in questo, né fortuna, se non quella di opporre alla sùa ottusità la chiarezza morale, alla sùa durezza l’umiltà, alla sùa arroganza lo sguardo a cùi òggi rinuncio.
Anche voi rapitori, ne sono cèrto, avete avuto sogni e aspirazioni.
Forse, da ragazzi, amavate la meccànica e il legno. Forse i bòschi e il mare. Forse non vi sarèbbe dispiaciuto lavorare in un’officina tra motori e disegni o, chissà, tra barche e pescatori. Forse vi interrogavate sul sole e sulle stelle che sono così tante.
Il rubinetto, sentite? gócciola alle vòstre spalle quel tic–tac di sveglia quell’orològio sul muro. Sembrano rumori monòtoni e invece sono silènzi riflèssi e spècchi d’acqua.
Chissà quante volte avete reagito a tèsta alta alle offese.
Chissà quante vòlte avete chinato il capo.
Òggi tenete prigionièro Marco.
Nessuno può sapere quanto questa terrìbile esperiènza segnerà la sùa pìccola vita di bambino e il sùo futuro.
Come rapitori e carcerièri, lo sapete bène, siète odiati da tutti.
La gènte vi lincerèbbe se potesse, vi metterèbbe al muro.
Eppure, tutti coloro che questo vorrèbbero, tutti coloro che sono in pena per Marco innocènte e indifeso, tutti coloro che lo vorrèbbero vedér tornare a casa, che manifèstano compassione, angòscia, interessamento o paùra, ebbène, tutti costoro nutrirèbbero lo stesso òdio per Marco se egli, diventato adulto, dovesse per disavventura prèndere una brutta strada e diventare malvagio. La gènte avrèbbe tutta gli òcchi bendati. Più non vedrèbbe ciò che Marco òggi ha passato.
Punire è la vìa più sémplice. È un disimpegno affermato il solo pensarlo. La dura esperiènza di rapito, come un cancelletto, un colpo di spugna sparito.
Anche voi rapitori avete còse da raccontare e forse anche accuse da fare.
Ma quale strumento, quale occasione per dire?
Prèndere la paròla in un’assemblèa, parlare pubblicamente, credo sìa per voi impresa dura. Sostenere un pensièro. Forse un terrore vi assaliva da ragazzi e tutt’ora vi assale. La paròla negata. La timidezza e la vergogna provata vi procuràvano un rossore più grande del rischio che, come rapitori, affrontate.
Un’occasione per dire, dunque!
Vi propongo un baratto, di cùi molti rideranno, pensando a me come a un pòvero ingènuo e a voi come gènte ottusa e incapace di capire.
Sono disposto ad affrontare questo clamore di risate alle spalle.
Sostèngo quanto segue: lo Stato, con le sùe inadempiènze, la sùa ottusità, la sùa arroganza (che qualcuno smentisca) è causa anch’egli del vòstro èsservi ridotti a tanto. Non dico nulla di nuòvo, lo sò. Ma se è così, se condividete questo pensièro, se anche voi credete giusta quest’asserzione, se questo è ciò che anche voi vorrèste dire, ebbène: liberate Marco!
Il vòstro gèsto avallerà il mìo enunciato.
Avrete detto sènza avér parlato.
È pòca còsa lo sò, sono un sémplice giornalaio inchiodato fra queste quattro mura quìndici ore al giorno resterò bendato sino a che...
Avrèi voluto dire “sino a che non avrete liberato Marco”.
Potrèbbero passare mesi. Non credo di potér resìstere tanto. Dèvo pur continuare a lavorare. Dèvo pur continuare a produrre un pìccolo rèddito tassàbile che il fisco mi sottrae. Il fisco, sapete, non rièsce a capire che mi opprime, mi offènde, non mi lascia respirare.
Ascoltate il mìo appèllo, accettate il mìo baratto.
Mi impegnerò quaranta giorni, bendato eviterò di guardarvi negli òcchi per non influenzarvi. Sarete voi a scégliere e decìdere.
C’è un grande rispètto in tutto questo.
Bendato risparmierò il mìo sguardo allo Stato, alle Istituzioni, a tutti coloro che lo Stato e le Istituzioni malamente rappresèntano e giòcano a derubare gli uòmini. Potrèi tròppo ferirli nel cuòre a guardarli.
C’è un grande rispètto in tutto questo.
Mi sottopongo al disagio, alla privazione, quaranta giorni, per riscattare il mìo disimpegno passato, quell’èssermi per tròppo tèmpo dimenticato di difèndere la dignità ad ogni còsto con determinazione e valore.
Ècco, ora, con gli òcchi bendati, sènto più intènso l’odore della Sicilia, la tèrra dove sono nato, il vulcano, l’ìsola, il mare ed il prato.
Ancora una còsa: non sò quale sarà la vòstra sòrte di rapitori.
Qualunque essa sìa, avrèi ancora una preghièra: scrivete una lèttera a Marco. Se me lo chiederete, se sarà possìbile, ìo stesso vi aiuterò in questo. Una lèttera che Marco pòssa rilèggere tante vòlte mentre divènta grande con gli anni. Una lèttera che pòssa aiutarlo a capire. Che pòssa aiutarlo ad èssere un uòmo lìbero malgrado.

Piètro Tartamèlla



Maurizio Costanzo apprènde dai giornali che un edicolante a Torino sta facèndo uno sciòpero della vista per la liberazione di Marco Fiora. Lo rintraccia e lo invita al sùo Show, dàndogli grande risalto. Tartamèlla resterà per tutto il tèmpo della trasmissione sènza parlare e con gli òcchi bendati, indossando un poncho e un bastone. Una presènza che farà molta impressione.
È òspite pòco dopo di Donatèlla Raffài nella trasmissione “Un posto pùbblico nel verde” chiamato a raccontare la sùa azione per la liberazione di Marco Fiora.

In quel perìodo Tartamèlla rivede il film “Il pìccolo grande uòmo” (Little Big Man), regìa di Arthur Penn, tratto dal romanzo di Thomas Berger, con Dustin Hoffman protagonista.
Il film èra già uscito nel 1970. Ora però Tartamèlla, rivedèndolo, è colpito da una scèna particolare di quel film, quella in cùi un guerrièro Cheyènne comincia, ad un cèrto punto, a fare un mucchio di còse al “contrario” (si lava con la sabbia e si asciuga con l’acqua del fiume, cavalca seduto al contrario sul cavallo …). Scòpre così che prèsso la cultura dei Nativi Americani delle Grandi Pianure esisteva la figura dell’Hey Hoka (Uòmo al Contrario). Hey Hoka è una paròla cheyènne che deriva dal tèrmine, pronunciato invertèndo le paròle, che indicava l’urlo di guèrra Hoka Hey. Èra un “ruòlo” volontario che alcuni guerrièri assumévano per un cèrto perìodo della loro vita. Un ruòlo contemplato dalla comunità, previsto, istituzionale, come lo èrano i ruoli del Wakakans’a (Capelli Ritòrti, i cantastorie e i raccontastorie che avévano il compito di tramandare oralmente le usanze e i costumi delle tribù, una sòrta di storiògrafo) e il ruolo di Wicasa Wakan (uòmo sacro, sciamano, uòmo di medicina).
Il ruòlo di Hey Hoka impegnava il guerrièro a fare còse al contrario, ad èssere “controcorrènte”.
Tartamèlla èbbe la consapevolezza profonda, pensando a tutte le sue azioni di protèsta e alle sue battaglie gestazionali non violènte, che in quel perìodo della sùa vita, durato più di dièci anni, aveva scelto di vestire il ruòlo di un Hey Hoka.

GESTAZIONALE
Il tèrmine “gestazionale” è la fusione di tre paròle: “gèsto”, “azione”, “gestazione”. La poesìa e il teatro “gestazionale” prevede e comprènde una sèrie di gèsti da farsi pubblicamente, il cùi scòpo è quello di far apparire il poèta o l’attore (colùi che compie quei gèsti) come una persona che lavora per la realizzazione di una polìtica culturale.
Tartamèlla usò per la prima vòlta il tèrmine “gestazionale” nel 1973, quando a Torino si arrampicò per protèsta su un àlbero in Piazza Carlo Felice di fronte alla stazione di Pòrta Nuòva. I tìtoli sùi giornali èrano: “C’è un poèta sull’àlbero”. Dopo quella azione capìi chiaramente la possibilità di fare un tipo di poesìa, e quindi anche un teatro, che non fosse solo scritto. Fare poesìa gestazionale, o teatro gestazionale, signìfica dunque mostrarsi in pùbblico con azioni spettacolari accompagnate da scritti attravèrso cùi mèglio far comprèndere il sènso di quelle azioni.
Un àlbero che rappresènta la natura. Una città che rappresènta l’urbanizzazione, l’industrializzazione, l’avvelenamento dell’aria, l’inquinamento. Quindi un poèta su un àlbero.
Il connubio di immagini “àlbero–poèta” si càrica immediatamente di altri signìficati e sollécita nell’incònscio collettivo, anche se vaghi e subliminali, ricòrdi di miti, leggènde, esperiènze antiche. L’azione ha dunque la possibilità di èssere “compresa” (presa con sé) dal pùbblico, anche con un velo di simpatìa, e quindi di èssere giustificata e tollerata.
Il sènso primario di fare poesìa gestazionale è sèmpre e solo quello di presentare e mostrare il poèta come una persona che lavora per stornare dalla mente della gènte il giudizio di pazzìa che essa automaticamente è portata ad esprìmere nei confronti di chi compie gèsti di quel tipo.
Quando Tartamèlla propose ai poèti collaboratori della rivista letteraria La Tènda (inizi anni ’70) di sviluppare una teorìa della poesìa che potesse portarli vèrso la strada gestazionale, trovò molte difficoltà e resistènze, e non conclùsero nulla. I suòi collaboratori èrano impreparati ad assùmere un ruòlo di quel gènere e di quella portata. Un ruòlo tròppo impegnativo: bisognava mostrarsi in pùbblico (che significava rómpere quella vècchia tradizione e quell’irrigidimento comportamentale che vuòle il poèta solitario e chiuso fra quattro mura circondato dalle sùe carte e dai suòi calamài). Bisognava progettare azioni sensate e intelligènti che potéssero chiamarsi “poesìa”, coerènti con la teorìa gestazionale.
C’èra anche il timore di non èssere capiti dagli amici, di èssere scansati dai parènti, di ritrovarsi in qualche mòdo emarginati, di finire in pasto ai giornali negativamente. C’èra il timore che altri poèti giudicàssero ridìcolo quel mòdo di intèndere la poesìa. Non ci fu sufficiènte coraggio insomma, non ci fu sufficiènte convinzione. La somma di tutti gli ostàcoli e di tutti i timori impedì al gruppo “La Tènda” di prèndere quella strada e vìvere, come gruppo, quell’avventura.  A Tartamèlla Non mi restò seguire quella strada da solo.
Ogni èssere umano è un’entità in movimento. A ognuno sta a cuòre la pròpria créscita individuale.
Tutto intorno a noi si “muòve”, tutto è “movimento”, anche noi. Riconoscèndo che come individui siamo stati modellati e strutturati secondo le concezioni che ci hanno tramandato i padri e la società, riconoscèndo che per raggiùngere una nuòva condizione di vita interiore occorre fare tutto un gran lavoro di de–strutturazione e ri–strutturazione della nòstra personalità, eliminare paùre e concezioni che ostàcolano il nòstro progredire lìbero, ètico, umano, ècco che la poesìa gestazionale assume anche un valore terapèutico ed educativo. Fare poesìa gestazionale signìfica créscere, eliminare paùre, inibizioni insensate che ci tàrpano le ali, signìfica avvicinarci ad una maggiore libertà e conoscènza.
“Per salire su un àlbero in cèntro città – dice Tartamèlla –  o lasciarsi penzolare da una còrda sulla Mòle Antonelliana, ci vuòle coraggio. Non solo ad affrontare il perìcolo, ma anche ad affrontare il giudizio della gènte. E poiché la gènte, gli “altri”, hanno sèmpre condizionato il nòstro agire, noi, con la poesìa gestazionale, cercheremo di liberarci delle rèmore, per poterci imméttere in situazioni nuòve portatrici di occasioni di créscita”.
Per tutto il decènnio 1980–1990, al tèmpo in cùi Tartamèlla gestiva l’edìcola di Vìa Vanchiglia 25 a Torino, egli mise in pràtica e sperimentò quotidianamente con succèsso l’intuizione della poesìa gestazionale che lo condusse in quegli anni alla fondazione dell’ARISC (Associazione per la Riappropriazione della Sovranità del Cittadino) e, molti anni dopo, alla fondazione di Cascina Macondo. Sì, con il teatro gestazionale si può esportare a Torino la bèlla usanza di Berlino: quella di farsi impacchettare gli avanzi in un ristorante, per portarli a casa.

Un’altra protèsta di Tartamèlla è il pagamento di una tassa all’Esattorìa Comunale con 20.000 monete da cènto lire stipate in trecènto scàtole di tabacco per pipa con il messaggio: “Il Fisco manda in fumo il nòstro rèddito!”.
L’ingiustizia scaricàtagli sulle spalle dal Fisco è così assurda che Tartamèlla metterà a disagio il “potere ottuso” di fronte all’opinione pùbblica nazionale con le sùe battaglie non violènte. Preferirà farsi pignorare i mòbili dell’edìcola pur di sostenere fino in fondo il sùo principio e le sùe ragioni. Resterà a lavorare per dùe mesi con le riviste appese nel sùo negozio di Vìa Vanchiglia su fili di fèrro e spago con mollette e chiòdi e cassette di frutta vuòte, spogliato di mòbili, espositori e scaffali dall’Ufficiale Giudiziario.

Con un’altra protèsta Tartamèlla metterà in ridìcolo il sindacato per denunciarne la latitanza: farà pervenire alla segreterìa provinciale del SINAGI CGIL cèntoventidùe panini imbottiti di salame.

Sèmpre con l’ARISC organizza la protèsta a favore dell’egiziano Azer Kamal che per quìndici giorni laverà piatti davanti alla sùa edìcola in Vìa Vanchiglia scimmiottando la burocrazìa italiana che sballòtta da una bacinèlla all’altra i malcapitati cittadini.

Pòi è la vòlta della protèsta a favore di Francesco Picciòtto, un anziano malato di cuòre con pròtesi meccànica. Organìzzano una simbòlica impiccagione in Vìa Roma, nel pièno cèntro di Torino, per denunciare il sistema sanitario.

Le altre proteste ormài non si cóntano più.
Avrà un contatto con Albèrto Bertuzzi il difensore cìvico veneziano che tante battaglie aveva già fatto per l’affermazione dei diritti e della Costituzione. Conosce Albèrto L’Abate e la sùa “Casa per la Pace” di San Gimignano e lègge i suòi libri sulla non violènza. Lègge Gandhi e gli scritti del movimento non violènto assimilando importanti concètti e mettèndoli in pràtica nelle sùe protèste.

Nell’estate dell’89 Tartamèlla si imbatte nel Circo Bidone, il pìccolo circo francese a conduzione famigliare che ancora viaggia con carrozzoni trainati da cavalli. Rimane con loro tutto il mese di agosto lavando piatti, montando e smontando le gradinate di legno e pòi entrando in pista come pìccolo clown. L’anno successivo è con il circo Hulon.
Con Jacques e Sophie e il pìccolo Antoine inizia una fruttuosa collaborazione. In mèzzo ai nùmeri di equilibrismo, mangiafuòco, illusionismo, clown e magìa, Tartamèlla si inserisce con la declamazione di vèrsi dando vita a un interessante esperimento e connubio. Insième pòrtano lo spettàcolo e la poesìa in giro per le piazze d’Italia.

Nel maggio del ’90 è òspite del Salone del Libro di Torino in un mòdo e in uno spazio all’apèrto il meno ufficiale possìbile (diciamo pure abusivo) e lègge poesìe di Cecco Angiolièri, Dante, Neruda, Kavafis, Spàtola, Baudelaire, Whitman, Hernandez, Omar Kayyam e, naturalmente, Tartamèlla, accompagnàndosi qui e là con un’armònica a bocca. All’intèrno del Salone, in un appòsito stand, per la casa editrice Ibiskos lègge, con l’autore Giovannantònio Macchiaròla, il volumetto “Icarèide”.

Nel 1991 lo sfratto. Tartamèlla è costretto a cercarsi un’altra casa.
Ne approfitta per realizzare un vècchio sogno: andare ad abitare in campagna. Con la famiglia (e qualche sbuffo delle figlie ancora adolescènti che sèntono un pòco minacciate le loro relazioni con la città) si trasferisce a 25 chilòmetri da Torino, a Riva Prèsso Chièri, in apèrta campagna.
Ci vorranno dùe anni prima di vedere ristrutturato in Borgata Madònna della Róvere quello che un tèmpo èra stato un vècchio convènto di frati.
Sono di nuòvo débiti, traslòchi, salti mortali, mal di pancia, traversìe e peripezìe, operài, avvocati.
Su suggerimento di Anna invènta i “Racconti d’Invèrno”, serate particolarìssime, dùe vòlte al mese, per tutto l’invèrno, a nùmero chiuso e ad invito, durante le quali vècchi e nuòvi amici si incóntrano intorno al fuòco per sentire raccontare stòrie e fare mùsica insième. Le serate hanno un succèsso incredìbile.
L’atmosfèra è màgica, d’altri tèmpi. Gli amici, e gli amici degli amici, vèngono anche da molto lontano, da ogni regione affrontando la nebbia per passare una serata ascoltando le stòrie narrate da Tartamèlla intorno al fuòco del camino.
Gli incontri serali con i Racconti d’Invèrno inìziano sèmpre con questa premessa:

“Il cìnema, la televisione, il teatro, il cabarét... Tutte le forme di spettàcolo hanno in comune uno scòpo bèn preciso: tenere sveglio lo spettatore.
Raccontare stòrie noi crediamo abbia invece uno scòpo esattamente contrario: addormentare l’ascoltatore!
Non per nòia s’intènde, ma per rilassamento, pace, tranquillità.
Méttiti còmodo dunque, rilàssati e abbandónati all’ascolto; e se dovesse venirti un colpo di sonno, niènte paùra, questo è l’ùnico posto dove puòi addormentarti sènza problèmi: nessuno avrà nulla da ridire per questo.
Se pòi non ci si addormenterà, bèh, vorrà dire che faremo l’alba.
Non ti rèsta che salire in àuto e arrivare fin qui a Macondo.
Sii prudènte, potresti incontrare la nebbia”.


Anna, che nel frattèmpo ha lasciato il sùo lavoro di insegnante, apre a Cascina Macondo un laboratòrio di ceràmica e finalmente realizza il sùo antico sogno di lavorare la creta in campagna.
Questi duri anni di ristrettezze econòmiche e di incredìbili difficoltà spìngono Tartamèlla ad abbandonare tutti i suòi impegni polìtici: la càrica di Consiglière di Circoscrizione, quella di Presidènte dell’Associazione Commercianti di Vìa Vanchiglia, quella di dirigènte sindacale.
Il tèmpo recuperato lo dèdica ad arrotondare lo stipèndio. Dève far fronte ai débiti e sopravvìvere.
Ma anche perché, dopo l’esperiènza nelle istituzioni, si rènde conto di vìvere un ruòlo contraddittòrio. L’Istituzione è così assurda e così nemica del sìngolo e così vessatòria che non vuòle appoggiarne la filosofìa restando tra le sùe fila. Preferisce restarne al di fuòri e seguire il sùo spìrito anàrchico e indipendènte.

Nel ’93 Tartamèlla fonda con Anna Marìa Verrastro, i Bluesjeans (Bèppe Finèllo e Màssimo Lupòtti), Marcèlla Pischedda e Franca Borio, l’associazione culturale “Cascina Macondo” che si òccupa di spettàcoli di strada, ceràmica, poesìa, mùsica, scrittura creativa, dizione, teatro.
Il logo dell’associazione, realizzato dal gràfico Robèrto Martinez dello studio Vèntus, è un antico velièro che nàviga in un mare di fòglie con vele che sono anch’esse fòglie.

"Vi risponde il nùmero novantaquattro sessantòtto trecèntonovantasètte di Cascina Macondo, Anna Marìa Verrastro e Piètro Tartamèlla. Lasciate pure un messaggio dopo il bip, sarete richiamati il più prèsto possìbile".
Questa è la voce che si sènte dalla segreterìa telefònica di Cascina Macondo. Tutto un romanzo. Un ampio cortile. L’ombra di una grande róvere. Un camino intorno al quale d’invèrno ancora si raccóntano stòrie. Un laboratòrio di ceràmica e tèrre còtte. L’incanto del Raku. La mùsica. Partire e pòi tornare, a riva. Artisti accomunati da un grande amore per la strada. Portatori di fèsta colori fantasìa spettàcolo. Talènto apprezzato da coloro che hanno visto e sentito davvero. Una cultura della strada. Incontri insòliti, improvvise emozioni. Un pò’ di sogno tra le piètre Cascina Macondo. Vi àbitano Anna Marìa Verrastro e Piètro Tartamèlla. Borgata Madònna della Róvere, a metà strada tra Riva di Chièri e Poirino. Un campanile. Campagne intorno coltivate a granturco ed èrbe e tèrre argillose.

La riscopèrta della manualità – dice Anna Marìa Verrastro presidènte dell’Associazione culturale Cascina Macondo – utilizzando un materiale vivo come l’argilla, può dare grandi soddisfazioni emotive se si rièsce ad entrare in contatto con la matèria. Per alcuni è una grande scopèrta; altri potrèbbero invece rèndersi conto che l’argilla non è matèria adatta a soddisfare i pròpri bisogni espressivi. Nulla però è definitivo. Pòi ci sono quelli che già hanno avuto un feeling con la creta, forse in passato, ma lo hanno lasciato cadere perduti tra le mille faccènde quotidiane. Ci sono pòi coloro che tèngono bèn stretta in pugno la scopèrta e continuano. In ogni caso l’esperiènza di dare forma a una massa grigia o bianca, progettare, realizzare un oggètto ùtile o di abbellimento o con intènto artìstico, il rifinirlo con le pròprie mani, il cuòcerlo, è senza dubbio una esperiènza. Sentirsi un tuttuno con la tèrra rossa. È come fare un tuffo nella preistòria”.

Un laboratòrio di ceràmiche dunque, condotto da Anna Marìa Verrastro espèrta di pedagogìa e manipolatrice di argilla. Bambini, scolaresche, adulti che vanno a Macondo per fare un tuffo nella preistòria. O nel Raku, altra magìa di Cascina Macondo.
Il Raku è un’antica tècnica di cottura dell’argilla nata in Giappone nel XVI sècolo. Vuòl dire “gioìre il giorno”. Estraèndo con pinze di fèrro i manufatti ancora incandescènti e sottoponèndoli a un repentino raffreddamento, si ottèngono effètti particolarìssimi. Gli smalti e i tipi di argilla adoperati, prodùcono sfumature così divèrse che ogni pèzzo può dirsi praticamente “ùnico”.
Un crogiuòlo di tèrra aria acqua fuòco. Gioìre il giorno.
Dalla preistòria alla scrittura.
Potreste incontrare infatti un tavolino, una màcchina per scrìvere, una luce acetilène quando è buio. Un pò’ di mùsica. E tanti fògli colorati. Poesìe scritte al momento in strade piazze mercati fière. Forma elementare di spettàcolo. Suggestiva però. Suggestiva. Piètro Tartamèlla che scrive poesìe personalizzate a richièsta così su dùe pièdi e quattro dita battute sùi tasti a ritmo di blues. Argomenti che è il pùbblico a proporre. Il ricòrdo di un incontro. Piètro Tartamèlla curioso personaggio lunghi capelli e lunga barba direttore artìstico di Cascina Macondo musicarteatro. Da anni lettore appassionato scrive con la voce.
Un laboratòrio di lettura creativa e uno di scrittura. Tècniche accorgimenti esercizi pràtica respirazione voce a vòlte faticosi persino di più osservando compagni attèntaménte cògliere il suòno che in ciascuno persiste. Lottare il censore contròllo freno inibitòrio paùre rossori sconfìggere giunti là dove le energìe sono profonde nel cuòre. Un nido perduto quel dono. La voce. Il pròprio stile scoprire. La ricchezza dormiènte laboratòrio condurre sulla strada partécipi di un bagaglio esperiènze di lettore non impostazione a memòria prefabbricati tutti ed eguali. Necessarie tècniche sciògliere e nozioni e trucchi appesi. Giùngere a una voce avvincènte tanto da potér rèndere màgico un ascolto. Una lettura potér dire un giorno hanno voci che ferìscono come fùlmini capaci di trapassarti il cuòre da parte a parte lasciando intatto il vestito. Poterlo dire un giorno gioìre.
A Riva Prèsso Chièri, nei dintorni e ovunque...
Se verranno i danzatori, i poèti, i cantanti, i suonatori di flauto, le manipolatrici di argilla, comprate pure i loro doni, perchè anch’essi raccòlgono incènsi e frutta e rècano all’ànima vòstra cibo e ornamento, quantunque lo fàcciano in sogno (Gibran Kalil Gibran).

Dal libro “Cènt’anni di solitùdine” di Gabriel Garcia Marquez Tartamèlla prènde dunque in prèstito il nome per la sùa nuòva casa: “Cascina Macondo”. Il libro di Garcia Marquez inizia con queste paròle:

“Macondo èra allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvàtica costruìto sulla riva di un fiume dalle acque diàfane che rovinàvano per un lètto di piètre levigate, bianche ed enormi come uòva preistòriche.  
Il mondo èra così  recènte, che molte còse èrano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.
Tutti gli anni vèrso il mese di marzo,  una famiglia di zìngari cenciosi piantava la tènda vicino al villaggio, e con grande frastuòno di zùfoli e tamburi faceva conóscere le nuòve invenzioni.
Prima portàrono la calamita. Uno zìngaro corpulènto, con barba arruffata e mani di pàssero, che si presentò col nome di Melquìades, diède una truculènta manifestazione pùbblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedònia.  Andò di casa in casa trascinando dùe lingòtti metàllici, e tutti sbigottìrono vedèndo che i paiòli, le padèlle, le mòlle del focolare e i treppièdi cadévano dal loro posto,  e i legni scricchiolàvano per la disperazione dei chiòdi e delle viti che cercàvano di schiavarsi,  e perfino gli oggètti perduti da molto tèmpo comparìvano dove pur èrano stati lungamente cercati,  e si trascinàvano in turbolènta sbrancata diètro ai fèrri màgici di Melquìades…”


Tartamèlla a Anna Marìa faranno diventare la loro cascina un luògo di incontro, cercando di riprodurre le atmosfère del Villaggio “Macondo” di Garcia Marquez, un crocevìa di idèe, creatività, sperimentazioni, scrittori, poèti, fantasìa, culture.

Nel frattèmpo Tartamèlla continua a vìvere del sùo lavoro di giornalaio, insegna dizione, scrittura creativa e, quando può, d’estate o nelle doméniche lìbere d’invèrno, fugge vèrso la sùa grande e antica passione: la strada. Da solo o con il circo, con i suòi strumenti, il micròfono, il leggìo, la sùa voce, il poncho rosso, il mantèllo, il bastone e il sùo automèzzo di secondamano, rècita e declama tèsti e poesìe di vivi, di scomparsi e di poèti, girando per le strade, negli ospizi, nella case di cura, nei festival dell’Unità, nelle birrerìe, nelle scuòle, nei matrimòni.
Oppure con un tavolino e una màcchina per scrìvere, nelle piazze, nelle fière, nei mercati, scrive poesìe improvvisate, su richièsta dei passanti, ad offèrta lìbera, battèndo i tasti a tèmpo di blues. Il lavoro di poèta estemporàneo e le letture pùbbliche sono sèmpre più richièste, tanto che finalmente Tartamèlla può lasciare la sùa edìcola di Vìa Vanchiglia e dedicarsi a tèmpo pièno alla sùa arte.

Per un brève perìodo collàbora alla rivista Tepee del gruppo Socònas Incomindios dirètto da Naila Clèrici che si occupa di solidarietà con gli indiani d’Amèrica. Incontra il poèta cheyenne Lance Henson.
Con Anna Marìa Verrastro, la sùa compagna, costruìsce nel ’95 un grande tepee indiano alto sèi mètri, e insième gìrano le piazze d’Italia raccontando fiabe indiane ai bambini e agli adulti.
Un altro antichìssimo sogno di Tartamèlla si realizza: egli ha finalmente una vera casa indiana che sognava da quando aveva òtto anni! In una intervista, mentre la Tènda Indiana è montata nella piazza principale di un paese emiliano, Piètro Tartamèlla Raccontastòrie risponde alla giornalista:

“Anche i loro nomi sono l’inizio di un racconto. Prima dell’arrivo dell’uòmo bianco gli Indiani d’Amèrica non conoscévano l’alfabèto. Alla narrazione orale èra affidato il cómpito di tramandare le gèsta degli eròi, i riti, le preghière, le qualità delle èrbe, le abitùdini degli animali, i segreti della caccia. Narrare e ascoltare èrano bisogni fondamentali, funzionali alla sopravvivènza. Quasi ogni sera, intorno al fuòco del Tepee, la madre o il padre o la nònna o un amico, raccontàvano ai bambini una stòria. La sera successiva i bambini dovévano ripèterla. La famiglia si trasformava allora nel più attènto degli uditori. Ancora òggi gli indiani (bambini e adulti) sono magnìfici ascoltatori e narratori di stòrie. La paròla che scorre dalle labbra è per loro come una magìa. Tutto può èssere raccontato. E ogni còsa ha un nome. E un nome non è altro che l’inizio di una stòria.
Anche i nomi pròpri di persona, i nomi dei luòghi, dei fiumi, delle montagne, sono sèmpre e comunque per gli indiani l’inizio di un racconto... Anche il tèmpo ha un nome.
I bianchi lo chiàmano 1842, 1864, 1876.
Gli indiani dìcono invece: “L’anno–della–caduta–delle–stelle” (potrèbbe essere il 1842, anno in cùi gli indiani vìdero cadere nelle praterìe molte meteoriti); oppure: “L’anno–in–cùi–dònne–e–bambini–fùrono–tagliati” (potrèbbe èssere il 1864, massacro di Sand Creek); oppure: “L’anno–dei–molti–soldati–uccisi–sulla–collina” (potrèbbe èssere il 1876, battaglia sul Little Big Horn dove Custer fu annientato col sùo 7° Cavalleggèri).
I Nativi Americani elaboràrono una cultura che ha consentito loro di vìvere in perfètta armonìa con la natura e l’ambiènte. Profondamente religiosi rispettàvano Wakan Tanka, il Grande Spìrito Misterioso, che ritenévano abitasse in tutte le còse: nell’àlbero, nel filo d’èrba, nel sasso, nel fiume, nella farfalla, nel bisonte.
Alce Nero, ogni qualvòlta si accingeva a fumare la sùa pipa, sussurrava questa preghièra: “Poiché l’uòmo nessuna còsa buòna può cómpiere da solo, farò un’offèrta. Manderò una voce allo Spìrito del Mondo, perché mi aiuti ad èssere veritièro. Hèy, Hèy, Hèy, Hèy, Hèy, Hèy. Sono un parènte. Dammi, o Grande Spìrito, la fòrza di camminare sulla mòrbida tèrra come parènte di tutto ciò che esiste”.
Questi èrano gli indiani. Uòmini lìberi, fièri, generosi, che non conoscévano la scrittura, non conoscévano la ruòta, non conoscévano il vaiòlo, la pèste, la tubercolòsi, l’alcol.
I bianchi li chiamàvano “selvaggi”.
E per sottométterli e rubare loro la tèrra, usàrono i sistèmi più ignominiosi. Uccìsero milioni di bisonti per distrùggere la loro economìa e prènderli per fame. Sterminàrono interi villaggi di uòmini dònne e bambini compièndo un vero genocidio. Portàrono in dono a quei selvaggi copèrte, fazzoletti e vèsti proveniènti dai vari lebbrosari sparsi sulla Frontièra per diffóndere epidemìe che li falciàssero come fièno. L’uòmo bianco! L’uòmo bianco che conosce la scrittura e usa un nùmero per chiamare gli invèrni che non ritórnano e il tèmpo che scorre sul mondo.

Piètro Tartamèlla
(Ah–Che–Waga–Chun = Colùi–Che–S’arrampicò–Sull’Àlbero)



SISTÈMI DI VOTAZIONE
Nel 1990 Tartamèlla approfondisce e rènde pùbblici i suòi studi, già iniziati negli anni ’70, sùi Sistèmi di Votazione. Scoprèndone difètti e paradòssi che infìciano la loro presunta democraticità, individua l’ipòtesi di scissione e propone, come migliore e il più obiettivo possìbile, il sistèma di votazione a “còppie alternate”.

RECUBLÈNZA l’arte del recùpero

Nel 1993 Tartamèlla elàbora e diffonde la sùa visione del “recùpero”. La Recublènza è l’arte del “recùpero”. Indaga sulle còse cadute in oblìo che dopo attènta anàlisi, avèndo in esse riscontrato una profonda utilità per la créscita dell’uòmo, vèngono riportate alla luce e alla pràtica. La sùa ragión d’èssere nasce dalla constatazione che stòricaménte, e ancór più in època modèrna, il “progrèsso” avanza e si afferma per spinte di natura soprattutto econòmica.
La fretta che govèrna il progrèsso impedisce di “vedere” tutti i meccanismi che si méttono automaticamente in èssere. La Recublènza si òccupa di questi cambiamenti, cercando con la sùa anàlisi approfondita, di cògliere ciò che si “guadagna” e ciò che si “pèrde” con l’avvènto di nuòvi prodotti e abitùdini che agìscono sulla vita. La recublènza diacrònica indaga sulle còse passate cadute in disuso (Lìnea Temporale). La recublènza sincrònica indaga sulle còse contemporànee (Lìnea Geogràfica).
La recublènza ponderale indaga sulle còse nuòve cercando un equilibrio con le còse vècchie (Lìnea decisionale o di scelta).
Cascina Macondo, dove la Recublènza è nata, lavora attualmente per il recùpero di pràtiche come l’uso della scrittura ortoèpica nella carta stampata, la visione da parte dei bambini di film che inìziano dal secondo tèmpo, la sdrammatizzazione della lettura dei fumetti al contrario da parte dei bambini, l’uso in polìtica del concètto di unanimità dei Nativi Americani.

IL CORBÈLLO contenitore di 53 sìllabe
Nello stesso anno 1993 Tartamèlla mette a punto un nuovo tipo di componimento poetico: il corbèllo.
Il corbèllo è un contenitore arrotondato fatto di vìmini intrecciati, di sòlito destinato, nell’uso contadino, a contenere frutta o ortaggi. Come composizione poètica, che Tartamèlla aveva idèato nei lontani anni ’70, la sùa bèn definita struttura divènta una “forma”, un “contenitore” da riempire appunto con sìllabe, paròle, saporite corbellerìe. Il Corbèllo tratta per lo più di argomenti lìrici, ma può anche èssere irònico, satìrico, demenziale. È composto da 13 vèrsi per un totale di 53 sìllabe così suddivise in ogni vèrso:

 1 vèrso      3 sìllabe
 2 vèrso      5 sìllabe
 3 vèrso      2 sìllabe
 4 vèrso      7 sìllabe

 5 vèrso      5 sìllabe
 6 vèrso      6 sìllabe
 7 vèrso      5 sìllabe

 8 vèrso      4 sìllabe
 9 vèrso      3 sìllabe
10 vèrso     4 sìllabe
11 vèrso      3 sìllabe
12 vèrso      3 sìllabe
13 vèrso      3 sìllabe

totale    
53 sìllabe

L’ùltimo vèrso può avere, eccezionalmente, una sìllaba in più (4 in totale), o una sìllaba in meno (2 in totale). Ma se aumenta di una unità, il primo vèrso del corbèllo avrà solo 2 sìllabe. Se l’ùltimo vèrso diminuisce di una unità, il primo vèrso del corbèllo avrà 4 sìllabe, in mòdo che il totale complessivo delle sìllabe del corbèllo sìa sèmpre 53. Il conteggio delle sìllabe nel corbèllo segue le stesse règole applicate nell’haikù descritte nel “Manifèsto della poesìa haikù in lingua italiana” di Cascina Macondo.

Dànzano
pìccole stelle
bianche
creature di neve.

Tégole e campi
in cerchi di vènto.
Pesanti fronde

sottomesse
dónano
un inchino

e grandi
silènzi
la sera.

(Piètro Tartamèlla)


LA DIDÀTTICA TASSELLARE

“insegnare òggi signìfica ancora il più delle vòlte
derubare gli allièvi della giòia di scoprire il mondo da soli” (Piètro Tartamèlla).

Dal 1994 Tartamèlla elabora e diffonde, e soprattutto pràtica con i suòi allièvi e studènti, la “Didàttica Tassellare”, modèllo educativo e di insegnamento i cùi principi fondamentali riscòprono il concètto antico di “educare” (ex–dùcere, condurre fuòri) mettèndo l’insegnante nel ruòlo di Educatore, colùi che aiuta i ragazzi e gli allièvi a scoprire i talènti che possièdono e portarli alla luce.
Tartamèlla diffonde il concètto che l’insegnamento è un’arte complèssa e importante. Alcuni principi della didàttica tassellare praticati da Cascina Macondo sono: la coincidènza di “lezione=benèssere”, la plurisensorialità, la sperimentazione, l’anàlisi, l’ipòtesi, la verìfica, l’intuizione, la deduzione, la lògica, la stimolazione del ragionamento analìtico (a ritroso) e del ragionamento sintètico (proiettato in avanti), il ritmo didàttico, il sènso del gruppo e della collettività, la comunicazione, l’autostima, la precisione, la curiosità, l’interèsse, la passione, la creatività…

STRADEVARI
A ridòsso del solstizio d’estate, intorno alla metà di luglio del 1995, appuntamento alle ore 21.30 precise, prèvia prenotazione. La fèsta va avanti fino all’alba, fino a che non si sènte dal pollaio della cascina vicina il canto ripetuto del gallo. Si festeggia a Macondo l’apertura della Stagione Estiva degli Artisti di Strada. Un’idèa di Pietro e sùa moglie Anna.
Vèngono presentati negli spazi di Macondo, all’inizio della stagione estiva, decine di spettàcoli e performance che gli artisti di strada da lì a brève porteranno in giro in tutte le piazze d’Italia. Serata suggestiva e frequentatìssima, tanto che una sera degli anni successivi, durante una rèplica della fèsta, arrìvano così tante persone, sènza prenotazione, che letteralmente invàdono il cortile.
Piètro e Anna dovranno cancellare quella manifestazione. Solo alcuni anni dopo, hanno pensato di riprènderla, a metà luglio del 2010, decisamente ridimensionata e rinominata: IL RITONO DI MELQUÌADES.

I BLUESJEANS E MARCÈLLA PISCHEDDA
Si staccano da Cascina Macondo nel 1996, per fondare una loro associazione che si òccupa solo di mùsica, Bèppe Finèllo, Màssimo Lupòtti e Marcèlla Pischedda.
Tartamèlla e Anna Marìa Verrastro contìnuano le loro ricerche sulla ceràmica, la cottura Raku, la poesìa, la scrittura, la lettura creativa ad alta voce. Cascina Macondo divènta un luògo d’incontro speciale, una fucina di idèe.

IL MISURALE poesìa della lontananza

Già elaborato negli anni ’70, ai tèmpi della rivista di poesìa e letteratura “La Tènda”, Tartamèlla nel 1997 approfondisce concettualmente e mette a punto un nuòvo componimento poètico: il Misurale. Prèsto saranno in molti i poèti che si cimenteranno con il Misurale.
Il Misurale è formato da quattro vèrsi lìberi. Il primo vèrso è sèmpre uguale. Può èssere “sèi lontano da me”, ma anche “sèi lontana da me”, oppure “siète lontani da noi”, e ancora “siète lontani da me” o varie altre combinazioni sìmili. Nei tre vèrsi successivi si dispièga una vera e pròpria similitùdine, normalmente annunciata da un “come è lontano” o un “quanto è lontano”. La similitùdine fotògrafa una “distanza” che può èssere fìsica, mentale, metafòrica, ideale, affettiva, immaginìfica, virtuale. Ma è sèmpre una “distanza”.
A vòlte questa distanza è così pìccola che sembrerèbbe inopportuno parlare di distanza. Saremmo tentati di dire "vicinanza". Ma la filosofìa che sta diètro il Misurale si basa sull’assunto che gli èsseri umani, fisicamente chiusi da un perìmetro di pèlle, sono in realtà distanti fra loro. Entità isolate e lontane appunto. Questa lontananza che separa gli èsseri umani può a vòlte affievolirsi, a vòlte aumentare, a vòlte quasi scomparire. Ma è sèmpre una distanza.
Si cerca di esprìmerla poeticamente con una sémplice similitùdine, con un Misurale appunto.
L’atteggiamento mentale di colùi che scrive misurali è simile a quello di colùi che scrive haikù. Entrambi cércano l’essenziale. Viviamo immèrsi nello spazio. Lo spazio avvòlge ogni èssere vivènte. Lo spazio è fatto di distanze misuràbili che sepàrano gli oggètti. L’òcchio si guarda intorno per scovare distanze significative osservate con luce nuòva.


Sèi lontana da me
come un pallone
calciato
giù in fèrrovìa

Alessandra Gallo


sono lontano da voi
come il mìo tondo naso rosso
poggiato sul bicchière
pièno di rosso vino

Maurizio Fabbri


da me sèi lontana
quanto lontano è il frinire
della cicala nascosta
tra gli stèrpi secchi degli ulivi

Piètro Tartamèlla


CONCORSO INTERNAZIONALE HAIKÙ
Tartamèlla e il Consiglio Direttivo di Cascina Macondo organìzzano nell’anno 2001 la prima edizione del Concorso Internazionale di Poesìa Haikù in Lingua Italiana che puntualmente verrà ripetuto per 17 anni. Tartamèlla redige il “Manifèsto della Poesìa Haikù in Lingua Italiana” apportando un contributo originale alla poètica Haikù, compresa la messa a punto di uno stile di lettura ad alta voce degli haikù (stile Zikan). Inizia a frequentare gli Haijin a livèllo internazionale, partécipa ai congrèssi di Poesìa Haikù diffondèndo il sùo punto di vista sulla poètica Haikù. È invitato in Svèzia al Convegno dell’8 – 9 giugno 2007 in Vadstena al quale partécipa con altri esponènti di Cascina Macondo (Antonèlla Filippi, Annette Seimer, Anna Marìa Verrastro). Nel novèmbre del 2007 organizza a Cascina Macondo la prima Conferènza Nazionale Haikù. La doménica del 28 giugno 2009 organizza al Cìrcolo dei Lettori di Torino la Seconda Conferènza Internazionale Haikù. Dal 30 settèmbre al 5 ottobre 2009 partécipa a Vilnius (Lituania) alla 5th World Haiku Association Conference con un intervènto anche prèsso il “Druskininkai 20th Poetic Fall Festival”. Dal 13 al 19 settèmbre 2010 espone le sùe idèe sulla poètica haikù al Congrèsso Internazionale di Gent (Bèlgio) organizzato da Ip Man, dall’Associazione Viadagio e Diederik De Beir. Al Congrèsso di Gent del settèmbre 2015 partécipa esponèndo altri aspètti della Poètica Haikù elaborati da Cascina Macondo.

ORTOHAIKÙ o HAIKÙ CARTESIANO
Nell’ottobre del 2002 viène pubblicata la prima stesura del “Manifèsto della Poesìa Haikù in Lingua Italiana” di Cascina Macondo. Fra le molte novità Tartamèlla inserisce le sùe riflessioni e la sùa invenzione: l’haikù cartesiano. Si tratta di un Haiga particolare che mostra di un haikù la pròpria specìfica ànima intèrna, producèndo un disegno, un gràfico cartesiano ùnico e autoreferènte, una sòrta di “traslazione gràfica del componimento”, uno “spèttro euclidèo” che lo rappresènta visivamente.
Tartamèlla ritiène che l’haikù dèbba èssere lètto il più lèntaménte possìbile. Anche se in un libro pubblichiamo un solo haikù in ogni pàgina, la velocità con cùi si lègge è ancora tròppa. Bisogna ulteriormente rallentare la lettura. L’haikù dève apparire nella nòstra mente con maggiore lentezza.
Sugli assi cartesiani sono riportate le lèttere dell’alfabèto.
Si ripòrtano le lèttere alfabètiche dell’haikù sulla griglia.
Unèndo i punti si ottiène una delimitazione dello spazio, un disegno, una “forma” sèmpre divèrsa per ciascùn haikù. Un Haiga particolare che rappresènta quell’haikù.
L’òcchio che lègge haikù stampati tènde a córrere. Intravedèndo l’haikù successivo già lo decifra. Svanisce così la pausa necessaria ad ogni haikù. Ogni haikù ha bisogno di uno spazio intorno, di un vuòto, in cùi stagliarsi. Sono immàgini concentrate pronte ad esplòdere, ora con un balzo, ora con un tuffo di luce. Pìccoli suòni per dilatare il tèmpo e per fermarlo un pò’.
L’òrtohaikù è un esperimento suggerito dalla necessità della “lentezza”, un tentativo di risòlvere il meccanismo dell’accelerazione durante l’atto della lettura.
Con l’òrtohaikù gli òcchi dèvono decodificare non paròla per paròla, ma addirittura lèttera per lèttera.
In questo mòdo nella mente va costruèndosi lèntaménte il significato, la sequènza delle immàgini contenute nel tèsto, con la percezione contemporànea della sùa forma geomètrica haigale.
(Per citare una curiosità ricordiamo che gli studi sulla poesìa cartesiana e sull’òrtohaikù costàrono a Tartamèlla, negli anni ’70, il licenziamento dall’ufficio tècnico in cùi aveva da pòco trovato lavoro. Al tèmpo in cùi èra ancora studènte all’università si occupava di càlcoli sul riscaldamento degli edifici prèsso lo studio di un nòto ingegnère di Torino. A Tartamèlla non sembrava vero di potér avere a disposizione un tennìgrafo! L’ingegnère gli aveva dato con piacere il permesso di fermarsi in ufficio dopo l’orario di lavoro per fare i suòi esperimenti cartesiani. Un giorno però Tartamella, non pensando ci fosse nulla di male, invitò Anna (allora sùa fidanzata, òggi sùa moglie) a salire al tèrzo piano per mostrarle i suòi esperimenti. La còsa non fu apprezzata dall’ingegnère in quanto Tartamèlla “aveva portato nello studio una persona estrànea”. E fu licenziato).

2003 – SCRITTURALIA
quattro doméniche all'anno una per ogni stagione
Per dire, gridare, sussurrare, esplorare, fare, sorrìdere, condivìdere, divertire, baciare, accarezzare, sostenere, diffóondere, sognare, lèttera, denunciare, esprìmere, riflèttere, testamento, confessare, creare, testimoniare, costruìre...
Il sentimento di appartenènza non è pòi così male. Gli appuntamenti domenicali di Scritturalia debùttano nell’anno 2003. Dureranno dièci anni. L’inizio al mattino è previsto per le ore 9.30.
Ognuno pòrta il sùo pranzo al sacco, la sùa merènda sinoira, le sùe bevande. Il tutto verrà condiviso con gli amici intervenuti. Ognuno pòrta il sùo computer portàtile, o la màcchina per scrivere, o la biro, o la stilogràfica, o la penna d’òca, l’inchiòstro, i fògli, e quant’altro ritiène opportuno per scrìvere un giorno intero una scrittura estemporànea un giòco creativo. I partecipanti annòtano su un biglietto un argomento a piacere. Tutti i biglietti, piegati, vèngono messi in una ciòtola Raku azzurra. Su altri biglietti i partecipanti scrìvono i loro nomi che verranno raccòlti in un’altra ciòtola Raku rossa. Si estrae a sòrte. Dùe autori saranno abbinati a uno stesso argomento.
Dopo avér preso un caffè ci si sparpaglia per gli spazi di Cascina Macondo: salone, salòtto, laboratòrio, cortile, capannoni, òrto, cucina, rètro, ripostiglio, sotto l’ombra del sàlice, sotto l’ombra del fico. Ognuno insomma tròva un posto che gli piace. E qui comincia a scrìvere a ruòta lìbera sull’argomento che gli è toccato: un racconto, una poesìa, un tèsto teatrale, una sceneggiatura, un romanzo brève, un saggio, una filastròcca, una canzone, un fumetto, con stile tòno e libertà assoluti.
Alle ore 13.00 si pasteggia insième con vino e chiàcchiere. Pòi si ritorna a scrìvere. Nel tardo pomeriggio vèrso le ore 16.00, intorno al camino acceso d’invèrno, nel salòtto fresco d’estate, ciascuno lègge ad alta voce ciò che ha prodotto. Alle ore 19.00 spaghettata finale con aglio òlio e pan grattato soffritto. Nel corso degli anni (10 anni) sono 606 i racconti prodotti dagli autori che hanno partecipato in Cascina alle doméniche di Scritturalia condotte da Tartamèlla.

OLTRE L’AUTUNNO – antologìa haikù
Tartamèlla dà alle stampe nel maggio del 2006 con l’editore DeArt di Torino, l’antologìa “Oltre l’Autunno” con una prefazione di Fabrizio Virgili. Contiène 473 componimenti (Haikù, Senryù, Haikài) scelti fra i migliori pervenuti nei primi tre anni del Concorso Internazionale Haikù di Cascina Macondo. Contiène anche, tradotta in inglese e francese, la prima stesura del Manifèsto della Poesìa Haikù in Lingua Italiana.

WAHSNAHIJIN OICIMANI
Decòlla nel 2006 l’iniziativa “Wahsnahijin Oicimani” con il primo viaggio a pièdi alla manièra di Bashò: “Haibùn della Dòra Bàltea e del Canavese”.
Wasna è paròla degli indiani Dakòta, signìfica “cibo sacro”. Èra il cibo dei cacciatori, fatto di ciliègie e carne essiccata. Oicimani è paròla Dakòta, signìfica “pellegrinaggio”, “viaggio, cammino spirituale”. Haijin è paròla giapponese; è il poèta scrittore di Haikù. Quindi “pellegrinaggio come cibo sacro del poèta haikù”. È un’iniziativa che Cascina Macondo organizzerà possibilmente ogni anno. Un viaggio a pièdi di alcuni giorni fra bòschi, campagne, strade, sentièri, locande, luòghi. Scòpo del viaggio è immèrgersi nella natura e contemplarla scrivèndo Haibùn con pròsa asciutta ed essenziale intessuta di Haikù, al fine di cògliere profondamente lo spìrito del poèta Bashò. Un viaggio letterario/spirituale dunque, fatto a pièdi, durante il quale ogni poèta partecipante racconta il viaggio dal pròprio punto di vista.
Il pellegrinaggio è scandito da momenti di cammino, sòste per il cibo e il pernottamento, sòste per osservare la natura, sòste per scrìvere, sòste per lèggere ad alta voce. Le scritture prodotte durante i viaggi Wasnahaijin Oicimani, verranno raccòlte e pubblicate.

CIAO MAÈSTRO
raccòlta Tawani, 170 haikù e 1 tanka

Nell’ottobre del 2007 Tartamèlla pùbblica la sùa prima raccòlta Tawani con l’editore DeArt di Torino, prefazione di Fabia Binci, traduzione in inglese di Alessandra Gallo. Una raccòlta di 170 haiku disposti in sequènza con la scansione tìpica della raccòlta Tawani descritta e teorizzata da Tartamèlla nel Manifèsto della Poesìa Haikù in Lingua Italiana.

TÈST DI AFFINITÀ
Nel 2008, quando viène creato il sito wèb di Cascina Macondo, Tartamèlla inserisce un  simpàtico “tèst di affinità” che propone agli utènti di scoprire quanto essi sono “vicini” alla filosofìa dell’associazione.
Si tratta di selezionare fra un elènco di paròle (mille e una paròla) quelle che l’utènte sènte come pròprie. La vicinanza a Cascina Macondo viène esprèssa con un misurale:
“Nel mare di paròle in cùi navighiamo ce ne sono alcune che sono per noi un vestito. Esse istintivamente ci raccóntano e descrìvono. Le usiamo in mòdo automàtico e ricorrènte, le sentiamo nòstre non appena ne udiamo il suòno. Sono il nòstro ritratto, sono il nòstro vestito. Cambiare paròle signìfica cambiare vestito. Ma come è vero che il vestito non fa il mònaco, altrettanto vero è che le paròle lo fanno. (Pietro Tartamella)

La pàgina wèb con il tèst di affinità inizia con una introduzione che spièga il “giòco”:
“Troverài qui di séguito un elènco di mille e una paròla. Sono il ritratto semàntico di Cascina Macondo. Ti proponiamo un giòco simpàtico, una sòrta di “tèst di affinità”. Scegli da questo elènco tutte quelle paròle che istintivamente sènti che ti appartèngono, quelle che sènti vicine al tùo mondo, alla tùa sensibilità, ai tuòi interèssi, alle tùe passioni, ai tuòi sogni, quelle che in qualche mòdo pàrlano davvero di te, quelle nelle quali ti riconosci, quelle che sènti come un vestito. Ma sènza pensarci tròppo. Scoprirài con un Misurale il tùo grado di affinità con Cascina Macondo. Ricòrda che è un giòco. Più poesìa che sciènza. Più leggerezza che matemàtica. Statìstica un pòco. Più capriòla che saggezza. Ad ogni mòdo consìdera il Misurale che ti verrà svelato come una sòrta di koan per te..."

siète lontani da me
come il rosso d’uòvo
è lontano dal bianco albume
che lo circonda



DOMÉNICHE IN CASCINA
Nel 2008 Cascina Macondo aderisce al Progètto del Comune di Torino – Assessorato alla Famiglia e ai Servizi Sociali che, in collaborazione con vari ènti, associazioni e cooperative presènti sul territòrio, mira a creare opportunità di incontro, socializzazione, integrazione, rivòlte alle persone con disabilità, al fine di raggiùngere una spontànea e disinvòlta partecipazione alle divèrse attività di vòlta in vòlta proposte dalle associazioni. Con un contributo del Motore di Ricerca della Città di Torino e della Fondazione CRT inizia il progetto “Doméniche in Cascina” per l’integrazione della disabilità.
L’integrazione che nasce dal raccontare, danzare, ascoltare, è l’obiettivo principale di questo progètto di Cascina Macondo in collaborazione con il Motore di Ricerca della Città di Torino. Si potènziano la capacità di ascolto (della paròla, del ritmo, del gèsto, del silènzio) l’espressione, il movimento, l’incontro. Danzando si riconosce il pròprio còrpo, l’equilibrio, il ritmo, il coordinamento motòrio. Si riconosce e si interagisce con il còrpo degli altri e con il gruppo.
Elementi della Danza di Espressione Africana e del Teatro Fìsico, attravèrso la mediazione e la comunicazione corpòrea, divèntano strumenti e percorso adatti a mostrare il lìmite come ricchezza, divèntano stìmolo e motivo per l’invenzione di stòrie. Progettazione e messa in scèna come elementi di confronto e ricerca. Moltéplici le proposte laboratoriali proposte nelle Doméniche in Cascina, articolate in appuntamenti mensili: Manipolando, Danzinfàvola, Viaggi Fuòri dai Paraggi, Òrto Condiviso. Percorsi di Danza Africana, Teatro, Danze Popolari, Ceràmica, Affabuazione, Scrittura Creativa, Lettura ad Alta Voce. Un nùcleo di docènti preparati: Nagi Tartamèlla, Floriàn Lasne, Marìa Baffert, Anna Marìa Verrastro, Clèlia Vaudano, Piètro Tartamèlla, e molti i volontari coinvòlti ogni doménica: Annette Seimer, Luana Varagnòlo, Fiorènza Alineri, Luca Bòzzi Colonna, Antonèlla Ròsa, Valentina Fiore, Silvia Volpato, Màssimo Desògus … Il progètto nel 2020 esiste ancora.
Tartamèlla segue il gruppo Vèrbavòx, ragazzi con disabilità lieve che hanno attitùdine alla lettura ad alta voce e alla scrittura. Il gruppo, spesso frammisto a persone nòrmodotàte, farà molte letture pùbbliche, compresa la lettura degli haikù in occasione del giorno della premiazione del Concorso Internazionale Haikù di Cascina Macondo.
Nagi Tartamèlla e Floriàn Lasne séguono il gruppo di danza–teatro “Viaggi Fuòri dai Paraggi” costituèndo una vera compagnìa integrata che rappresenterà i suòi spettàcoli in rassegne anche a Parigi, Gent (Bèlgio), Verona, e in molte locations cittadine.

LE MILLE E UNA PAÙRA DEL VENERDÌ
Anno ricco di iniziative il 2008. Tartamèlla e Cascina Macondo inìziano una collaborazione con il Cìrcolo dei Lettori di Torino, proponèndo per alcuni anni interessanti rassegne di lettura ad alta voce. La prima è “le mille e una paùra del venerdì”. Dalla diffidènza all’apprensione, dall’inquietùdine alla paùra, dallo sgomento al terrore. Paùra del buio, paùra dell’ignòto, paùra dei tòpi, paùra delle ombre, paùra delle acque profonde, paùra della guèrra, paùra della verità, paùra della mòrte, paùra della vita, paùra della sòrte… I mille volti della paùra nei più bèi racconti della letteratura italiana e stranièra. Collàborano all’iniziativa: Marina Gòffi, Annette Seimer, Bruno Burdizzo, Dario Robaldo, Ènzo Pesante, Filippo Chièllo, Floriàn Lasne, Franco Pariante, Michèle Bertolòtto, Nagi Tartamèlla, Ugo Benvenuto.

ACCENTAZIONE ORTOÈPICA LINEARE
Come insegnante di dizione Tartamella approfondisce la lingua italiana ed elabora 8 règole per l’accentazione ortoèpida del tèsto scritto in italiano. Da quel momento, dall’anno 2008, i libri di Cascina Macondo saranno pubblicati con accentazione ortoèpica lineare.
È la coraggiosa scelta editoriale controcorrènte di Cascina Macondo. Il primo libro stampato con accentazione ortoèpica con leditore Àngolo Manzoni di Torino è “Un sasso nella mano – A pebble in my hand” l’antologìa che raccòglie i 114 haikù selezionati al Concorso Internazionale di Poesìa Haikù del 2008, tradotti in inglese da Ajdi Tartamèlla, Alessandra Gallo, Andrew Turner, Antonèlla Filippi, Filippo Chièllo, Làura Ubòldi, Lucy Sobrèro, Marco Morèllo.
Ècco le motivazioni del perché Tartamèlla attua questa scelta editoriale:
“Milioni di persone di ogni livèllo culturale spesso si imbàttono in paròle italiane che non sanno come pronunciare esattamente, spècie se si tratta di paròle pòco usate. Il risparmio di tèmpo, inchiòstro, professionalità, perseguìto dai quotidiani e dai rotocalchi che stàmpano ogni giorno milioni di paròle in lingua italiana, non è motivazione sufficiènte a giustificare l’abbandono della precisione della nòstra lingua. Tròppo spesso gli adulti diménticano di vìvere circondati da una mirìade di bambini in fase evolutiva che stanno imparando la loro lingua madre. Diménticano altresì che òggi siamo circondati sèmpre più da migliàia di bambini stranièri. La precisione non può che aiutarli ad acquisire mèglio e più profondamente la lingua che parleranno, evitando loro incertezze e confusioni. La scelta di Cascina Macondo di stampare libri con scrittura ortoèpica lineare vuòle èssere pràtica applicazione di uno dei principi della recublènza. Per l’adulto molte còse pòssono èssere òvvie e scontate, ma non per il bambino. La scrittura ortoèpica, resistèndo alle tentazioni dell’ovvietà, realizza una sòrta di “patto di solidarietà” con il mondo infantile, ricordàndoci ogni momento che quel mondo, di cùi ogni adulto è responsàbile, vive e cresce sèmpre parallèlo al nòstro fianco.
Ogni tipo di lettore può ricavare beneficio dalla scrittura ortoèpica: adulti alfabetizzati, laureati, bambini, insegnanti, studènti, stranièri, dislèssici, casalinghe, attori, anziani, giornalisti, polìtici. Rèndere un buòn servizio alla nòstra lingua italiana, con l’augurio che pòssa diventare davvero patrimònio di una collettività sèmpre più ampia e più consapévole, ci sembra insomma una còsa buòna”.

I RACCONTI DI VIA MUSAR – viaggi, mùsica, artisti,
in ricòrdo di Bèppe Finèllo – Cìrcolo dei Lettori

Nel 2009 un altro progètto di letture ad alta voce in collaborazione con il Cìrcolo dei Lettori di Vìa Bogino.Viaggi a pièdi, a cavallo, in bicicletta, in auto, jeap, torpedone, trèno, aliante, aèreo, mongolfièra, zàttera, barca, canòa, oriènte, occidènte, nòrd, sud, èst, òvest, mentale, astrale, virtuale, jazz, blues, swing, ròck and ròll, bassotuba, tromba, chitarra, la strada, l’acqua, l’aria, il fuòco, la tèrra… I mille volti del viaggio, della mùsica, degli artisti, nei più bèi racconti della letteratura italiana e stranièra per adulti e bambini con almeno òtto anni compiuti e accompagnati.
La rassegna è dedicata all’amico artista Bèppe Finèllo, uno dei fondatori di Cascina Macondo, deceduto il 14 novembre 2004 a causa di un mielòma incuràbile. Collàborano al progètto: Anna Marìa Verrastro, Annette Seimer, Beatrice Sanalitro, Bruno Burdizzo, Cristina Baggio, Ènzo Pesante, Filippo Chièllo, Floriàn Lasne, Luana Varagnòlo, Marina Gòffi, Nagi Tartamèlla, Òscar Luparia, Piètro Tartamèlla, Tamara Matacchione, Ugo Benvenuto, Margherita la mamma di Bèppe, e il Pòpolo degli Artisti di Strada.

OOKII YANAGI

È la vòlta, nel cortile Alce Nero di Cascina Macondo, di Ookii Yanagi – i racconti sotto il sàlice.
A partire dall’anno 2010, solitamente nel mese di giugno, serate dedicate, còmplici l’imbrunire e il profumo dell’estate, agli scrittori di Cascina Macondo che s’incóntrano sotto il sàlice per proporre al pùbblico le loro stòrie partorite nelle bèlle giornate di Scritturalia. Ma anche un momento dedicato agli allièvi dei Laboratori di Dizione e Lettura ad Alta Voce condotti da Tartamèlla.

PRIMA EDIZIONE CÒPPA D’EURÒPA POETRY SLAM – REIMS – FRANCIA
Tartamèlla, vinte le finalìssime di Poetry Slam a Sèttimo Torinese, partécipa nel dicèmbre 2010 alla prima edizione della Còppa d’Euròpa Poetry Slam. Non vincerà, né sarà selezionato tra i finalisti, in quanto la giurìa èra incèrta se considerare lécito usare il leggìo che Tartamèlla aveva portato con sé sul palco! Dódici poèti europèi si sfìdano a Reims sul palco, all’ùltima poesìa. La Còppa Europèa di Poetry Slam è anche occasione d’incontro degli Slam europèi organizzati per far conóscere il gènere Poetry Slam e perméttere a ciascuno di prèndere la paròla sul palco per la prima vòlta. Durante i dùe giorni della rassegna sono previsti incontri dei poèti con gli studènti dei collègi e dei licèi di Reims al fine di far loro conóscere lingue, culture, educazioni differènti. Sono previsti anche Atelier tra i poèti europèi e i poèti francesi organizzati dagli stessi partecipanti.

QUISQUIGLIE DI PERLA

Tartamèlla nel dicèmbre 2010 dà alle stampe una raccòlta di aforìsmi, pensièri, riflessigli, 17 haikù e un Corbèllo, tradotti in inglese da Richard Metcalf e Ajdi Tartamèlla. Il libro, una raccòlta di pèrle di saggezza, pubblicato con accentazione ortoèpica dall’editore Àngolo Manzoni di Torino, contiène una preziosa prefazione di Fabia Binci e Nico Orèngo.

IL SILÈNZIO E LA NEVE
racconti di bòschi, montagne, stelle alpine – Cìrcolo dei Lettori

Prosegue la collaborazione con il Cìrcolo dei Lettori di Torino. Nel gennaio 2011 Tartamèlla propone la rassegna di letture ad alta voce: “Il silènzio e la neve”. I bòschi, la neve, le montagne, le scalate, le vette, le tormente, il perìcolo, il soccorso, i rifugi, i ruscèlli, i bivacchi, i folletti, gli uòmini, gli animali… I mille volti del silènzio e della neve nei più bèi racconti della letteratura italiana e stranièra per adulti e bambini con almeno òtto anni compiuti e accompagnati. Collàborano al progètto: Anna Marìa Verrastro, Annette Seimer, Antonèlla Filippi, Beatrice Sanalitro, Bruno Burdizzo, Clèlia Vaudano, Cristina Baggio, Ènzo Pesante, Filippo Chièllo, Fiorènza Alineri, Floriàn Lasne, Luana Varagnòlo, Marina Gòffi, Nagi Tartamèlla, Òscar Luparia, Piètro Tartamèlla, Tamara Matacchione, Ugo Benvenuto.

PER UN BARÀTTOLO DI STÒRIE

incontri di differènti realtà per un pìccolo scambio di stòrie.
Nell’aprile del 2011 inizia un nuòvo progètto. Oggi siamo stati in Vìa delle Quèrce, dove gli studènti di un licèo hanno incontrato i ragazzi disàbili del Cèntro Falchèra. Domani potremmo èssere in un giardino, in una scuòla, sul sagrato di una chièsa, al capolìnea di un tram, a Cascina Macondo: studènti delle superiori che incóntrano bambini di una scuòla elementare, un gruppo di anziani che incontra un gruppo di ragazzi disàbili, un gruppo di studènti, un gruppo di disàbili, un gruppo di carcerati, utènti di bibliotèche, camminatori con insegnanti… differènti realtà che si incontrano “per un baràttolo di stòrie”, per scambiarsi stòrie ad alta voce.
Alla fine dell’incontro lo scambio materiale dei fògli di carta su cùi quelle stòrie èrano scritte. Per portarle a casa, per rilèggerle, per riascoltarle, con l’èco delle voci che nei divèrsi luòghi le hanno narrate, ancora come chiuse in un baràttolo. Il tutto curato e condotto da Tartamèlla.

PULL & MAN AND WOMAN READERS
Tartamèlla continua a progettare iniziative per la diffusione della lettura ad alta voce. È la vòlta, nel 2011, di “Pull & Man and Woman Readers – escursioni ad alta voce”. Itinerari di lettura e gite in pullman con i Narratori di Macondo per visitare luòghi, per incontrare persone, per conóscere autori e stòrie, per scoprire silènzi, per trascórrere il tèmpo, per single, per còppie, per famiglie, per bambini. Sono previste sòste in una piazza, in un giardino, ai pièdi di una fontana, o sotto un àlbero, sul sagrato di una chièsa, o su una spiaggia, capannèllo colorato a lèggere pubblicamente a tèsta alta stòrie, poesìe, fàvole, sogni, nòstri o di buòni autori che amiamo, diffondèndo il piacere della lettura ad alta voce.

VOLCAÈDI – Volontari della Lettura ad Alta Voce
nei Cèntri per Anziani e per Disàbili.

All’intèrno dell’ormài consolidata esperiènza dei “Narratori di Macondo” che òpera da molti anni, Tartamèlla si fa promotore nell’anno 2011 del gruppo “Volcaèdi”. Sono i Lettori Volontari di Cascina Macondo (gruppo integrato costituìto da persone nòrmodotàte e disàbili lièvi) che si propóngono di effettuare vìsite nei Cèntri per Anziani, nei Cadd, nelle comunità per disàbili, al fine di intrattenere gli òspiti con letture ad alta voce, suscitando, con tèsti opportuni e opportunamente performativi, stìmoli, intrattenimento, compagnìa, relazione, socializzazione, integrazione.

GOOD MORNING POESIA ORE 8.00

Il Licèo Scientìfico “Gino Segrè” di Torino, all’avanguardia nelle Proposte Formative, da molti anni òffre agli studènti delle classi prime e seconde un laboratòrio di Lettura Creativa ad Alta Voce condotto da Piètro Tartamèlla. Cascina Macondo, a séguito degli eccellènti risultati raggiunti dagli studènti, e fòrte dell’entusiasmo che essi hanno dimostrato, propone nell’ottobre 2011 “Goodmorning Poesìa ore 8.00” un progètto ambizioso con valenza “strutturale” per l’Istituto. Il progètto ha avuto l’approvazione del Consiglio degli Studènti, l’approvazione del Prèside e di molti insegnanti, e verrà finalmente realizzato nell’anno 2012. Diciamo “finalmente”, perché Piètro Tartamèlla sogna la realizzazione di questo progètto nelle scuòle dal lontano 1970!
L’iniziativa vuòle fornire agli studènti del Licèo Segrè l’opportunità di continuare a praticare la Lettura ad Alta Voce creando un momento e un’occasione concrèta di créscita e confronto. Ogni mattina andrà “in onda” una poesìa, un pensièro, un aforisma, un tèsto che gli studènti, formatisi con i laboratòri di lettura ad alta voce, leggeranno a viva voce. Una poesìa che essi stessi avranno scelto e selezionato. Una poesìa per ogni giorno, per tutto l’anno scolàstico (o solo per alcuni mesi) con la quale si augura una buòna giornata a tutti gli studènti e ai professori, seminando spunti emotivi e riflessioni.
L’obiettivo è far diventare Good Morning Poesia ore 8.00 una simpàtica consuetùdine, una “tradizione” dell’istituto Segrè, gestita pòi in manièra autònoma e responsàbile dai ragazzi.
L’iniziativa “Good Morning Poesìa” verrà anche realizzata, quando inizierà il progètto europèo “Parol”, in càrcere con i detenuti, a Saluzzo, Torino,Tilburg, Dendermonde. Nel càrcere di Saluzzo l’iniziativa durerà cinque anni, tutte le doméniche. Un grazie al gruppo di lettori volontari che hanno offèrto la loro disponibilità: Arianna Barbarossa, Bruna Paròdi, Carlòtta Bava, Emanuèla Squadrèlli, Gaia Nàpoli, Giusy Amitrano, Marianna Massimèllo, Melania Agrimano, Riccardo di Benedetto, Sara Amaiòlo, Silvia Restagno.

AD ALTA VOCE
Nel weekend tra fine aprile e il primo maggio di ogni anno, dùe giorni interi dedicati alla lettura ad alta voce di un libro intero con l’alternarsi delle moltéplici voci dei Narratori di Macondo e altri lettori appassionati. Il progètto inizia nell’anno 2012 con la lettura AD ALTA VOCE del libro: “Cènt’anni di solitùdine” di Gabriel Garcia Marquez (che viène rilètto anche l’anno successivo).
A seguire sono stati lètti negli anni: il “Decameron” di Giovanni Boccaccio, “Zanna Bianca” di Jack London, “Un Giorno e una Nòtte – 157 fàvole di comunità” di Piètro Tartamèlla, “Le mille e una nòtte”, “Sulle orme di Bashò – le declinazioni del viaggio” di Piètro Tartamèlla…


2012 – DÒMUS APRILIA
Tartamèlla, con l’entusiasmo dei suòi collaboratori, programma la prima rassegna di “Dòmus Aprìlia – in una casa a conóscere altre case”, rassegna itinerante di letture ad alta voce nelle case.
I privati àprono le loro case per invitare un pùbblico di amici e famigliari ad ascoltare le stòrie dei Narratori di Macondo. Stòrie che pàrlano di case. I mille volti delle case nei più bèi racconti della letteratura italiana e stranièra per adulti e bambini con almeno òtto anni compiuti e accompagnati.
La casa, l’appartamento, il grattacièlo, il negòzio, il retrobottega, la capanna, la gròtta, il bunker, la bàita, il rifugio, la tènda, l’igloo, la palafitta, l’habibi, il tepee, la catapecchia, il tetto, la mansarda, la cascina, l’albèrgo, la règgia, il manièro, la torre, la fortezza, il castèllo, il bordèllo, il manicòmio, la casèrma, il carcere, l’ospedale, il giardino, il cortile, l’aia, l’àttico, la stalla, il viale, l’òrto, il pozzo, il frutteto, ma anche la cucina e il bagno e il salòtto e la càmera da lètto, e la soffitta e la cantina e il traslòco, e anche i costruttori, i carpentièri, i muratori, i ferraiòli, gli imbianchini, gli arredatori e le strade, le strade che condùcono lontano da casa, le strade che a casa ricondùcono, all’alba, al tramonto, alla luna…
Nel 2012 i Lettori di Macondo si spóstano nelle varie case di coloro che hanno aderito al progètto.

LA RÓNDINE SUL FILO
prima antologìa dei racconti di scritturalia
Nel 2012 viene pubblicata, con accentazione ortoèpica lineare, da Marco Del Bucchia Editore di Lucca, la prima antologìa che raccòglie 22 racconti selezionati fra quelli prodotti nelle giornate di Scritturalia. Vi compàiono: Anna Marìa Verrastro, Antonèlla Filippi, ClèliaVaudano, Ènzo Pesante, Fabia Binci, Fanny Casali Sanna, Fiorènza Alineri, Flavio Massazza, Floriàn Lasne, Nagi Tartamèlla, Piètro Tartamèlla, Tiziana Viganò, Virginia Cònsoli.

QUATTRO TÀVOLI A TÈSTA
Haibùn del primo viaggio a Parigi
Nel giugno 2013 Tartamèlla pùbblica con “Stampa il mìo libro–collana Cascina Macondo” (con accentazione ortoèpica lineare a cura di Tartamèlla e Fiorènza Alineri) il libro “Quattro tàvoli a tèsta” che racconta in stile haibùn (tèsto in pròsa alternato da poesìe haikù) il primo viaggio a Parigi del gruppo integrato di danza teatro “Viaggi Fuòri dai Paraggi”.
“Una compagnìa di danza–teatro di Torino formata da ragazzi disàbili e nòrmodotàti è invitata a partecipare a Handi–Scène, una rassegna di teatro che si svòlge ogni anno, nel mese di giugno, in una cittadina del nòrd della Francia. Gli attori, 21 persone in tutto, affìttano un pullman, e i personaggi sàltano fuòri…”
Ducèntocinquantasèi pàgine esilaranti con cùi Tartamèlla, e gli stessi ragazzi della compagnìa, raccóntano e móstrano, in mòdo inconsuèto, l’affascinante mondo della disabilità.

PROGÈTTO PAROL
Scrittura e Arti nelle càrceri, oltre i confini, oltre le mura.

Nel 2013 Tartamèlla comincia a lavorare con i detenuti di Saluzzo, Torino, Dendermond (Bèlgio), Tilburg (Olanda), e conosce il mondo delle càrceri. Il progètto europèo Parol, approvato dalla commissione europèa, è stato elaborato con altri amici di associazioni del Bèlgio, Polònia, Sèrbia, Grècia. Dùe anni di intènso lavoro che si conclude con la stampa del libro “La Stretta di Mano e il cioccolatino – i detenuti raccóntano”. Sotto forma di diario, il libro racconta nei dettagli questa grande esperiènza.

PROGÈTTO RÈDICA
Nel 2015 Tartamèlla concepisce l’ambizioso progètto RÈDICA (Rete Distributiva Case). Un progètto di diffìcile attuazione, ma controcorrènte e di valènza polìtica. Viène proposto ai sostenitori di Macondo di trasformare la pròpria casa, la sède della pròpria associazione o del pròprio teatro, in un punto véndita dei libri di Cascina Macondo stampati con accentazione ortoèpica lineare.
Chi aderiva al progètto, condividèndo la diffusione dell’accentazione ortoèpica lineare e le altre iniziative dell’Associazione rivolte alla disabilità, avrèbbe messo in mostra e proposto i libri quando avrèbbero organizzato cene, fèste, evènti, incontri, vìsite, letture, o semplicemente nel perìodo di Natale. Avrèbbero ricevuto i libri in conto assoluto, non in conto depòsito, scontati del 35%. Dovévano acquistare una rosa di tìtoli assortiti, per un ammontare minimo di cènto èuro. Tutto regolare, con fattura e tutto il rèsto. A onór del vero, il progètto non è mai decollato.

LA STRETTA DI MANO E IL CIOCCOLATINO
i detenuti raccóntano

Nel mese di aprile 2015 Tartamèlla pùbblica il libro che racconta l’esperiènza del progètto europèo Parol nelle càrceri. Sèicèntopàgine con lo stile del diario, quasi giorno per giorno, ricche di dettagli e avvenimenti e contenènti moltìssimi scritti prodotti dai detenuti. Non è stato possìbile editarlo con l’accentazione ortoèpica in quanto l’òpera, per rispettare i tèmpi con la Commissione Europèa, doveva uscire prima della fine del progètto e non c’è stato il tèmpo. Il libro viène pubblicato con “Stampa il mìo libro–collana Cascina Macondo”. Malgrado le molte pàgine, il libro si lègge d’un fiato, per lo stile incalzante non solo di Tartamèlla, ma anche di Antonèlla Filippi, di Nagi Tartamèlla e di Anna Marìa Verrastro che si altèrnano nel raccontare l’esperiènza dal loro punto di vista di rispettivi docènti.
A lèggerlo dall’inizio il lettore, quasi condotto per mano, vàlica le mura, oltrepassa i cancèlli, entra in càrcere e lo scòpre piano piano, vi si addentra con sèmpre maggiore consapevolezza, conosce sèmpre di più i detenuti, come esattamente è accaduto a Tartamèlla e ai suòi collaboratori che il càrcere, e tutte le sùe contraddizioni, lo hanno scopèrto lèntaménte, giorno dopo giorno.

PROGÈTTO ÒMNIA FÀBULA intramuros / extramuros

A séguito dell’esperiènza biennale del progètto europèo “PAROL – Scrittura e Arti nelle càrceri, oltre i confini, oltre le mura”, a fronte degli òttimi risultati raggiunti, e sollecitati dall’entusiasmo degli allièvi detenuti della sezione Alta Sicurezza del càrcere Rodolfo Morandi di Saluzzo, Cascina Macondo propone per l’anno 2016 “Òmnia Fàbula intramuros/extramuros” una continuazione dell’esperiènza con approfondimenti delle temàtiche già esplorate con il progètto Parol e nuòvi percorsi laboratoriali, al fine di offrire ai detenuti una formazione e un’occasione di créscita e confronto sèmpre più incisiva.
Cascina Macondo ritiène che l’incontro tra detenzione / cittadinanza / infanzia / disabilità, pòssa produrre momenti di riflessione importanti sulla temàtica del càrcere e stimolare, in tutti gli attori coinvòlti nel progètto, un ascolto attènto e costruttivo. Tartamèlla ritiène fondamentale investire sulle “relazioni costanti e continuative con la società civile”, che pòssono infóndere nel detenuto (non sentèndosi abbandonato dalla comunità) un sènso di appartenènza positivo, volto ad alimentare il desidèrio di cambiamento e la speranza. I percorsi didàttici con cùi si confróntano i detenuti sono: scrittura creativa, poètica haikù, lettura ad alta voce, Good Morning Poesìa.
Il lavoro si conclude con la stampa dell’antologìa “Un giorno e una Nòtte–157 fàvole di comunità”. Una raccòlta di fàvole esòpiche prodotte anche da bambini e studènti di divèrse scuòle elementari e superiori, da gruppi di ragazzi disàbili, e da un gruppo di scrittori di Cascina Macondo.
L’antologìa cerca di rispóndere alle suguènti domande: Che còs’hanno i detenuti da insegnare alla società civile e ai bambini? I bambini hanno qualcòsa da insegnare ai detenuti? La disabilità ha qualcòsa da insegnare? Poiché le fàvole esòpiche contèngono una “morale”, leggèndo questa antologìa possiamo capire che còsa essi hanno da insegnarci…
Uno strumento didàttico straordinario da utilizzare con studènti di ogni età!

A PIÈDI SCALZI – prima raccòlta haikù Nakanisòto
Nel gennaio 2016 Tartamèlla pùbblica con accentazione ortoèpica lineare, prefazione di Antonèlla Filippi e Arianna Sacerdòti, la prima raccòlta Nakanisòto. Novantasèi haikù tradotti in inglese da Antonèlla Filippi, in tedesco da Annette Seimer, in francese da Floriàn Lasne, in latino da Arianna Sacerdòti e i suoi studènti dell’Università di Nàpoli. Una raccòlta particolare che vede gli haikù susseguirsi nelle pàgine in mòdo rituale, con uno schèma bèn preciso teorizzato da Tartamèlla (come la raccòlta Tawani e la raccòlta Hanasanasi) nel Manifèsto della Poesìa Haikù in Lingua Italiana di Cascina Macondo.

RACCÒLTA TAWANI:
Il tèrmine Tawani deriva da un cut–up di sìllabe tratte da dùe paròle dakòta: zapetan (numero 5), waniyetu (anno). La raccòlta Tawani è composta di 171 componimenti (160 Haikù, 10 Senryù, 1 Tanka). Le quattro stagioni si ripètono per 5 anni. Ogni ciclo annuale ha un tìtolo tratto da un haikù della raccòlta. I cinque tìtoli dei cinque anni, messi in sequènza, fórmano il Tanka di chiusura (5–7–5–7–7 sìllabe). Il tìtolo di una raccòlta Tawani è un vèrso contenuto in un haikù della stessa raccòlta. Ogni anno inizia con un senryù e tèrmina con un senryù. Ogni stagione contiène 8 haikù. Ogni anno è composto dunque di 32 haikù e 2 senryù (1 senryù all’inizio e alla fine di ogni anno).
Una raccòlta haikù per definirsi TAWANI, dève ancora avere i seguènti requisiti:

1)   ogni 57 componimenti dève èssere inserito un haikù derogativo (non perfètto sillabicamente).
Quindi, in tutto, 3 haikù derogativi contenuti nella raccòlta. Questa scelta vuòle concrètaménte ricordarci che la perfezione non esiste e non è da perseguire.
 
2)   in una raccòlta Tawani è obbligatòrio inserire 3 haikù non pròpri, ma di tre amici vèrso cùi si nutre stima e fiducia. Verranno inseriti negli anni dispari (1–3–5). Quest’òbbligo vuòle semplicemente onorare l’amicizia.

3)   l’autore di una raccòlta Tawani si impegna a non lèggere personalmente in pùbblico gli haikù contenuti nella raccòlta. L’òbbligo impegna l’autore a praticare un atto concrèto di umiltà affidando i pròpri haikù alla voce narrante degli amici. FINQUI

RACCÒLTA NAKANISÒTO
naka ni = dentro  –  soto ni = fuòri
Brève raccòlta di 96 haikù. L’autore parla di sé e del mondo estèrno. 24 haikù su di sé, 72 haiku sul mondo estèrno.
1 haikù naka ni (che parla di sé) seguito da 3 haikù soto ni (che pàrlano del mondo estèrno).
8 haikù per ogni stagione – 32 haikù in un anno. La sequènza si ripète per 3 anni. S’incomincia con l’autunno. La raccòlta è un percorso che aiuta a staccarsi da sé per guardare il mondo estèrno, sènza dimenticarsi di sé. Un atto di umiltà che ci ricòrda quanto è lungo il cammino che ci pòrta a guardare le còse per quello che veramente sono.

RACCÒLTA HANASANASI

Hana = fiore,   San = tre,   Asi = piède (fiore su tre pièdi)
Brevìssima raccòlta di soli 17 haikù.
4 haikù per ogni stagione+1 haikù (l’ùltimo) di nuòvo autunno. Òbbligo di lèggerli in stile ZIKAN (che in giapponese vuòl dire “tèmpo”). Ogni haikù viene lètto in tre mòdi divèrsi:
modalità Sizuka Na (senza rumore–silènzio)
modalità Tanzi Suru (esporre le sìllabe)
modalità Wabi Sabi (intonazioni vocali che légano il tutto)
Il percorso rituale di créscita di un Haijin comincia dapprima con la pubblicazione di una raccòlta Hanasanasi. Quindi una raccòlta Nakanisòto. Infine una raccòlta Tawani.

UN GIORNO E UNA NÒTTE – 157 fàvole di comunità
Èsce nel 2018 il libro “Un giorno e una nòtte – 157 fàvole di comunità”, con accentazione ortoèpica lineare a cura di Tartamèlla e Fiorènza Alineri, disegni di Harmless e di alcuni detenuti del carcere di Saluzzo, pubblicato da La Ruòta Edizioni–Collana Cascina Macondo. Prefazioni di Anna Marìa Verrastro, del detenuto ergastolano Carmèlo Musumèci, di Bruno Mellano Garante Regionale (Piemonte) delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà. L’antologìa di fàvole esòpiche è la conclusione del progètto Òmnia Fàbula attivato con i detenuti della Casa di Reclusione “Rodolfo Morandi” di Saluzzo. Tartamèlla crèa, per questo libro, un’affascinante cornice, un racconto parallèlo che lega tutte le fàvole. Con la collaborazione dei Narratori di Macondo, Tartamèlla si attiva instancabilmente per organizzare, con letture performative, moltéplici presentazioni dell’antologìa nei più disparati luòghi, lanciando un appèllo a chiunque volesse presentarlo nella pròpria sède (scuòle, bibliotèche, librerìe, teatri, cìrcoli culturali, sale consiliari, caffè letterari, case private, negòzi, cascine, cortili, cìnema, cimitèri, vagoni, bocciòfile, campeggi, hotel, sale d’attesa, stazioni, cantine, càrceri, ospedali...). Molti sono i luòghi dove Tartamèlla, attraverso la presentazione di “Un Giorno e una Notte – 157 favole di comunità”, parlerà dei problèmi del càrcere:

– venerdì 18 ottobre 2019, Salone delle Fèste (Palazzo Gròsso – Riva Prèsso Chièri – TO) – martedì 02 luglio 2019 (Bibliotèca Cìvica “Francesca Calvo” – AL) – martedì 26 febbraio 2019 (Bibliotèca Cìvica “Nicolò e Pàola Francone” – Chièri – TO) – doménica 17 febbraio 2019 (Librerìa Gruppo Ànima – Milano) – venerdì 14 dicèmbre 2018 (Cìrcolo dei Lettori di Pineròlo – TO) – lunedì 10 dicèmbre 2018 (Caffè Letterario Pickwick – Chièri – TO) – venerdì 30 novèmbre 2018 (Palazzo Sanfront – Quattordio – AT) – venerdì 23 novèmbre 2018 (Teatro Blu – Buriasco – TO) – lunedì 05 novèmbre 2018 (Cìrcolo dei Lettori –TO) – venerdì 26 ottobre 2018 (librerìa a Piè di Pàgina – Nizza Monferrato – AT) – mercoledì 17 ottobre 2018 (Cèntro Interculturale – TO) – mercoledì 10 ottobre 2018 (Negòzio Ingènio – TO) – mercoledì 22 agosto 2018 (Teatro dell’Attrito – Impèria) – sabato 11 agosto 2018 (Èuro Camping – Campeggio “Tra Terra e Cielo” – Riva dei Tarquini – Vitèrbo) – martedì 12 giugno 2018 (Castèllo di Moncucco – AT) – maretdì 15 maggio 2018 (Bibliotèca Primo Lèvi – TO) – sàbato 12 e doménica 13 maggio 2018 (Cascina Macondo – Riva Prèsso Chièri – TO)


PROGÈTTO “SULLE ORME DI BASHÒ”
le declinazioni del viaggio.

Con un contributo dell’UBI (Unione Buddhisti Italiani) e con la collaborazione del gruppo Hokuzènko di Torino, Cascina Macondo può presentare nel 2019 un nuòvo progètto ai detenuti di Saluzzo. Invitàndoli ad immergersi con la scrittura nelle varie declinazioni del viaggio, signìfica offrire spunti di riflessione e analisi per comprèndere, esplorare, elaborare le dimensioni ètiche ed emotive del perché, del cammino, della mèta, della créscita… Un’Odissèa nello spazio, un Barone Rampante, Sindbad il marinaio, un viaggio al cèntro della tèrra, ventimila leghe sotto i mari, il giro del mondo in 80 giorni, l’angusto sentièro del Nòrd, Ulisse che ritorna ad Ìtaca… sono viaggi fin tròppo evidènti. Salire su una scaletta per appèndere un quadro alla parete, anche se sono pòchi gradini, è un viaggio. Andare a prèndere un gelato sul lungomare è un viaggio. Il corteggiamento è un viaggio. L’innamorarsi un viaggio più grande. L’equilibrista che in un circo cammina sul filo d’acciaio sospeso nel vuòto, sta facèndo un viaggio? Cèrto, anche quello è un viaggio. Il mèzzo scelto per raccontare questi viaggi è l’Haibùn, un particolare stile narrativo basato sull’intercalarsi di pròsa e haikù. L’haikù è la poesìa essenziale per eccellènza, 17 sillabe scansite in soli tre vèrsi di 5–7–5 sìllabe. Poesìa di concentrazione, di bellezza e disciplina, che òbbliga allo sfòrzo di abbandonare il superfluo e cògliere l’essenzialità. La pròsa è anch’essa concisa, essenziale, priva di frónzoli e compiacimenti. Un lavoro di scrittura dunque, che scava nel profondo e che può assùmere funzioni catàrtiche e di riscatto rivelatrici di mondi interiori inesplorati o inesprèssi, spècie nell’ambito di coloro che vìvono la detenzione.
Il progètto “Sulle orme di Bashò – le declinazioni del viaggio” vuòle offrire ai detenuti uno strumento didàttico ricco di spunti, suggestioni, introspezioni ed elaborazioni di pensièri. Il progetto prevede il coinvolgimento di settori di cittadinanza estèrni al càrcere (bambini/scuòle/disabilità/cittadini) con cùi i detenuti si confróntano. Sapere di essere in “relazione” con il mondo estèrno con cùi si è intrapreso un percorso sulle declinazioni del viaggio, realizza e mette in evidènza soprattutto l’idèa di “avere compagni di viaggio”, e di non èssere soli. La scrittura di haibùn divènta quindi, per tutte le persone coinvòlte nel progètto, un grande viaggio ideale e collettivo, attravèrso il quale vèngono messi in comune esperiènze, punti di vista, emotività, seminando in tutti i partecipanti una percezione di “comunità” che insième appunto cammina e cresce. Un’occasione per scoprire mondi parallèli, e avvicinarsi emotivamente ad una visione nuòva e inèdita della realtà. A conclusione del percorso è stata pubblicata l’antologìa di Haibùn “Sulle Orme di Bashò – le declinazioni del viaggio”.

I RACCONTI DELLA TÓMBOLA
Gli amici Ip Man e Denise hanno organizzato una tourné a Gènt e Anvèrsa (Bèlgio) per il gruppo integrato di danzateatro Viaggi Fuòri dai Paraggi. Pòssono dare l’ospitalità.
Cascina Macondo dève pensare al viaggio, ovvero affittare un pullman per una settimana. Tartamèlla e la sùa equipe di collaboratori dèvono escogitare continuamente idèe per far fronte al perènne bisogno di danaro per potér realizzare i moltéplici progètti che nàscono a Cascina Macondo. Cene solidali dunque, “adotta un kilòmetro”, “adotta una bolla di sapone”, letture, e molte altre iniziative si altèrnano per raggiùngere l’obiettivo.
Con i Racconti della Tómbola, nell’anno 2018, Tartamèlla gira le case private che hanno raccòlto le loro cerchie di amici, familiari, parènti appassionati di stòrie, di letture ad alta voce, di nùmeri e sòrte. Per un’intera serata li intrattiène simpaticamente con il giòco della tómbola, rivisto e rivisitato ad hòc, con racconti, poesìe, aforismi, gags. Una piacevolìssima serata di intrattenimento già proposta negli anni precedènti anche per il progètto Parol e per il progètto Òmnia Fàbula. Méttono a disposizione la loro casa: Marìa Baffert, Luìsa Mondo, Fiorènza Alineri, Riccardo Di Benedetto, Nadia Sponzilli, Franca Patrucco, Giusy Amitrano e Pièro Panato, Casa Argo e l’associazione Àlbero Fiorito, il Gruppo GAS di Verrùa Savòia, la Casa del Quartière di San Salvario, il Salone del libro per ragazzi di Bra…

2019 – dicèmbre – SULLE ORME DI BASHÒ
le declinazioni del viaggio – LIBRO

Èsce il libro “Sulle orme di Bashò” raccòlta di racconti di viaggio in stile Haibùn. Prefazioni di Anna Marìa Verrastro, del mònaco zèn Mario Nanmon Fatibène, di Arianna Sacerdòti docènte di lingua latina all’Università di Nàpoli, di Bruna Chiòtti Garante cittadina del comune di Saluzzo per i diritti delle persone private della libertà personale. In copertina un disegno di Harmless. È la conclusione del progètto di scrittura creativa svòlto con i detenuti del circùito Alta Sicurezza di Saluzzo. L’antologìa, scritta con accentazione ortoèpica lineare, pubblicata da La Ruòta Edizioni – Collana Cascina Macondo, raccòglie anche gli Haibùn scritti da bambini e studènti delle scuòle elementari e superiori, da divèrsi gruppi di ragazzi disàbili e da un gruppo di scrittori di Cascina Macondo. Più di 500 persone sono coinvòlte nel progètto. Anche per questo libro Tartamèlla crèa un’originale stòria parallèla, una sòrta di “cornice” che lega i divèrsi racconti di viaggio.

2020 – gennaio - DOPO 17 ANNI E 17 PUNTUALÌSSIME EDIZIONI
chiude il Concorso Internazionale Haikù di Cascina Macondo
Il 18 aprile 2020 Tartamèlla compie 72 anni. A settantadùe anni, si incomincia ad avere il desidèrio di ridurre il lavoro e gli impegni e di evitare il più possìbile tutte le fonti di strèss, perché non ci sono più le fòrze e la paziènza di sostenerne il peso. A dire il vero Tartamèlla, e i suòi collaboratori più stretti, hanno pensato che avrèbbero potuto resìstere ancora tre anni, prima di chiùdere il Concorso, aspettare la fine della 20° edizione, ché sarèbbe stato un bèl nùmero intero e tondo che suonava bène.
Ma, sincèraménte, tre anni sono lunghi… Improvvisamente Tartamèlla ha una “visione” che gli suggerisce di chiùdere pròprio ora il Concorso. Potrà dire infatti che il Concorso Internazionale Haikù di Cascina Macondo è durato 17 anni, è proseguìto puntualmente per bèn 17 edizioni, tante quante sono le sìllabe complessive di un haikù! Questa riflessione lo ha convinto. Questo dunque è il momento buòno per chiùdere. D’altronde ogni còsa dura il tèmpo che le èra stato concèsso.
Naturalmente la chiusura del Concorso non signìfica che Tartamèlla e Cascina Macondo dovranno sméttere di occuparsi della Poètica Haikù. Continueranno in altre forme e con altre iniziative.
Abbandonando l’impegno di gestire il Concorso, il tèmpo che Tartamèlla personalmente recupererà sarà dedicato, con una cèrta urgènza, alla revisione, alla messa a punto, alla cura, alla sistemazione e pubblicazione di tutti quei suòi scritti che ritiène importanti e che ancora giàcciono in un cassetto.
Inoltre, per non dispèrdere le bèlle e profonde relazioni venùtesi a creare in questi anni con tutti i mèmbri della Giurìa e con molti haijin, Cascina Macondo troverà il mòdo di restare in contatto e collaborare con altre forme, modalità e idèe. Si chiude e si rinasce. Nuòvi percorsi, nuòve esperiènze, nuòve idèe, nuòva poesìa. 5–7–5  qui in Cascina, 5–7–5  a casa tùa, 5–7–5  nelle strade del mondo.
Il cammino continua.

VITE PARALLÈLE
Tartamèlla, grazie a un nuòvo contributo dell’UBI (Unione Buddhisti Italiani) e con la collaborazione del gruppo Hokuzènko di Torino, continua a lavorare con i detenuti di Saluzzo in un nuòvo progètto di scrittura creativa. Inizia nel 2020 il progètto “Vite Parallèle”:
“Mentre a qualcuno muòre la madre, a qualcùn altro, nello stesso momento, potrèbbe nàscere un figlio. Mentre qualcuno si sdraia sul lètto e si accinge a prèndere sonno dopo una giornata di gran lavoro, c’è qualcùn altro che nello stesso momento si sveglia per cominciare la pròpria nòtte di lavoro. Mentre ci sono persone che vìvono ore di grande tristezza, nello stesso preciso momento ci sono migliaia di persone che vìvono grandi allegrìe. Le nòstre vite scórrono parallèle. Inevitabilmente”.

Il progètto “Vite Parallèle” di Cascina Macondo proposto per l’anno 2020 a un gruppo di detenuti del circuito “Alta Sicurezza” del càrcere Rodolfo Morandi di Saluzzo e a gruppi di studènti e altre realtà che òperano fuòri dalle càrceri, ha lo scòpo di méttere a confronto le divèrse biografìe, quelle individuali dei detenuti e quelle collettive dei gruppi coinvòlti, al fine di còglierne punti di connessione, differènze, somiglianze, ma soprattutto di cògliere il sènso profondo del binòmio individuo/collettività e cògliere quel patrimònio comune che può scaturire dalla conoscènza delle pròprie vite. Il tìtolo del progètto prènde spunto dalle “Vite Parallèle” di Plutarco, scrittore grèco nato a Cheronèa nel 46 d.c., mòrto a Dèlfi nel 126 d.c. che mette a confronto còppie di personaggi importanti, grèci e romani, scoprèndone virtù e vizi comuni. Plutarco, nel narrare la vita del cònsole romano Lucio Emilio Pàolo, messa a confronto con quella dello statista grèco Timoleonte, scrive: “Hò iniziato a scrìvere biografìe per rèndere un favore agli altri, ma pòi hò continuato l’òpera anche per me, servèndomi della stòria come di uno spècchio, in mòdo da ornare la mìa vita con le virtù descritte in quelle”.
Il percorso di scrittura proposto ai detenuti e alla cittadinanza vuòle produrre dunque biografìe. Esse saranno scritte con lo stile Haibùn (alternanza di pròsa e haikù). I lettori che leggeranno le biografìe scaturite dal progètto, raccòlte in una antologìa finale, potrèbbero avere l’opportunità di ornare la pròpria vita con le virtù emèrse da quelle biografìe. Potrèbbero anche ricévere spunti di riflessione per operare quelle correzioni opportune e ùtili al fine di riuscire, appunto, a ornare la pròpria vita solo di virtù. Il progètto Vite Parallèle è il naturale proseguimento degli altri progètti di scrittura già realizzati da Cascina Macondo con i detenuti e la cittadinanza negli anni precèdenti.

2020 – IL DOPPIAGGIO PER UN DOPPIO SÈNSO

la disabilità prèsta la sùa voce alle stòrie.
Il progètto di Cascina Macondo, rivòlto ad un gruppo integrato (disabilità & normalità), consiste nel selezionare alcune sequènze di un film famoso, per esèmpio: Bèn Hur, i Dièci Comandamenti, Matrix, Per un Pugno di Dòllari, il Padrino, Nòvecènto, Il Giro del Mondo in 80 Giorni, Star Trek, Pìccolo Grande Uòmo, Totò, etc, etc, etc, etc…, uno spezzone di 15/20 minuti dove ci sìano diàloghi e si altèrnino divèrsi personaggi.
Dopo avér fatto la sceneggiatura di una nuòva stòria divertènte, assurda, surreale, vèngono distribuìti i diàloghi della nuòva sceneggiatura tra i ragazzi disàbili coinvòlti. I ragazzi, durante gli appuntamenti delle “Doméniche in Cascina”, saranno chiamati a registrare la loro voce con i nuòvi dialoghi che saranno attribuìti ai divèrsi personaggi del film. A lavoro finito avremo una restituzione curiosa e creativa: la visione di quello spezzone di film che racconta una stòria nuova con le immàgini originali del film, ma su cùi si sovrappóngono le paròle doppiate della nuòva stòria surreale “recitate” dai ragazzi disàbili. Il risultato sarà esilarante e lùdico.

2020 – FILMACONDO PER BAMBINI E RAGAZZI
Da molti anni Tartamèlla desìdera realizzare un progètto rivòlto ai ragazzi dai 6 ai 14 anni per allenarli nel ragionamento analitico (guardando a ritroso) e nel ragionamento sintètico (guardando in avanti).
“La maggiór parte delle persone, se gli descrivete una cèrta successione di evènti, vi diranno quali potrèbbero èssere le conseguènze. Infatti, pòssono méttere insième quegli evènti mentalmente e, da essi, dedurre ciò che accadrà in séguito. Esìstono però altre persone, pòche, che, se gli raccontate un fatto, sono in grado di ricostruìre mentalmente le circostanze che lo hanno provocato. A questa capacità alludo quando parlo di ragionamento “regressivo”, o “analìtico”, o “a ritroso” (Arthur Conan Doyle, ideatore del famoso personaggio investigatore Sherlock Holmes).
La finalità del laboratorio dunque, durante il quale viène proiettato un film, è quella, appunto, di stimolare, attivare, allenare la capacità del ragionamento analìtico: i bambini védono il film a partire dal secondo tèmpo, pòi védono il primo tèmpo del film, e rivédono per la seconda vòlta il secondo tèmpo del film. Tartamèlla àpplica concrètaménte una didàttica basata su uno dei principi della recublènza.

2020 – WATARU YORU NO – attraversando la nòtte haikù
“Tutti gli uòmini, nell’arco della loro vita, hanno in sostanza dùe veri grandi problèmi da risòlvere. Il primo è come far passare il tèmpo. Il secondo, come fermarlo”. (Piètro Tartamèlla)
Un appuntamento ogni tre mesi, uno per ogni stagione, a Cascina Macondo, in collaborazione con il Cèntro Zèn Hokuzènko, per attraversare la nòtte insième. Momenti di socializzazione, momenti di silènzio, momenti di canto collettivo, momenti di scrittura haikù, momenti di lettura ad alta voce, il camino acceso, momenti di ripòso, momenti di svago, momenti di ristòro e, infine, guardare insième l’alba che nasce. Una sòrta di “sesshin” laica, un ritiro spirituale per appassionati di haikù, appassionati della nòtte e delle auròre. Per far passare un buòn tempo, e per fermarlo un pò’.

2020 – UN LUÒGO WASNAHAIJIN

Cascina Macondo individua luòghi particolarmente significativi e suggestivi (un monumento, una sorgènte, la foce di un fiume, un àlbero, una ròccia, un monastèro, una spiaggia, l’ansa di un fiume ….) raggiungìbili con una escursione di uno o dùe giorni, capaci di stimolare la creatività e la spiritualità dei poèti che vanno a visitarli scrivèndo haikù. Un Luògo Wasnahaijin potrèbbe èssere “La Quèrcia delle Streghe”, così chiamata per i rami che si allùngano così ondulati che sembra che le streghe vi àbbiano ballato sopra per molte e molte nòtti nei sècoli. È stata ribattezzata “La Quèrcia di Pinòcchio”. Sotto quest’àlbero Collòdi immaginò che avvenisse l’incontro del sùo burattino con il Gatto e la Volpe. Si tròva a Capannòri in provincia di Lucca, nel Parco di Villa Carrara.

2020 – SCRITTURÀLIA JUNIOR
per bambini e adolescènti scrittori in èrba.

I bambini e gli adolescènti partecipanti (dai 9 ai 14 anni), annòtano su un biglietto un argomento a piacere. Tutti i biglietti, piegati, vèngono messi in una ciòtola. Su altri biglietti i partecipanti scrìvono i loro nomi che verranno raccolti in un’altra ciòtola. Si estrae a sòrte, dùe autori saranno abbinati a uno stesso argomento. Alle ore 17.00 si lègge ad alta voce quello che è stato scritto condividèndolo con tutti i presènti. Scritturàlia Junior a Cascina Macondo come una palèstra laboratoriale per tutte quelle ragazze e quei ragazzi che àmano e hanno scopèrto, o vògliono scoprire, il piacere della scrittura. Una vòlta al mese, l’ùltimo sabato pomeriggio di ogni mese, dalle ore 15.00 alle ore 19.00.

TRENTATRÉ

Nel 2019 i mèdici diagnòsticano a Tartamèlla un cancro alla pròstata con metàstasi nelle òssa. Comìnciano le sedute di chèmioterapìa all’ospedale Molinette di Torino. Tartamèlla non può più fare sfòrzi, è costretto a rinunciare a molte attività. Il concorso di poesìa haikù è stato chiuso dopo diciassètte anni. Consèrva l’impegno con il gruppo di ragazzi disàbili Vèrbavòx a Torino e continua le sùe lezioni con i detenuti di Saluzzo. Rièsce a lavorare alcune ore al computer. Ma ogni male non viène per nuòcere: la sùa nuòva condizione gli consènte di dedicarsi a tutti i suòi scritti che da anni sono chiusi in un cassetto.

AI TÈMPI DEL CORONAVIRUS

L’anno 2020 è l’anno del coronavirus. Tra le moltéplici misure messe in atto dai govèrni per far fronte all’epidemìa che minaccia e impaurisce il mondo intero, vi è il comandamento ministeriale: “Non uscite di casa”. E così l’Italia, e molti altri paesi in Euròpa e nel mondo, vìvono questa inconsuèta esperiènza di restare in casa come se tutti fóssero improvvisamente agli “arrèsti domiciliari”. Cascina Macondo è costretta ad annullare tutte le sùe inizitive,  gli appuntamenti, gli incontri, le manifestazioni, le gite didàttiche, le presentazioni dei libri, le lezioni a scuòla, quelle con i ragazzi disàbili, quelle con i detenuti, con evidènti dànni anche econòmici, come del rèsto subìscono tutti in questo perìodo, dai bar, ai ristoranti, alle sale cinematogràfiche, ai negòzi, ai teatri, alle aziènde, costretti a tenere chiuse le serrande e ad osservare le indicazioni di sicurezza ordinate dal govèrno. È un periòdo “strano” fatto di contròlli, mascherine, guanti monouso, restrizioni, autocertificazioni per potér uscire di casa solo nei casi indispensàbili, per motivi di lavoro o di salute, denunce per chi è uscito di casa non giustificato. Non si può uscire dal pròprio paese di residènza. Per portare i cani a passeggio o fare quattro passi non ci si può allontanare più di 300 mètri dalla pròpria abitazione. Dròni che contròllano dall’alto gli spostamenti dei cittadini, applicazioni scaricate sùi cellulari per tracciare la mobilità di coloro che sono stati contagiati dal Covid-19. Per la prima vòlta l’umanità vive un momento mai visto prima. La televisione parla soltanto del coronavirus con telegiornali e trasmissioni che sémbrano bollettini di guèrra. Tartamèlla è dunque costretto a stare in casa come milioni di altre persone. Ma ogni male non viène per nuòcere.  L’aspètto positivo della tanta paùra portata da questa epidemìa è che forse, per la prima vòlta, un èssere vivènte invisìbile, un virus microscòpico, sta insegnando qualcòsa a questa umanità stolta, arrogante, pomposa, che con le sùe azioni e scelte scellerate già da un pèzzo ha iniziato a distrùggere la nòstra tèrra e minato il nòstro futuro.L’esperiènza inèdita del coronavirus ci dice anche che milioni di persone sono state capaci di obbedire alle indicazioni di sicurezza emanate dal govèrno, respirando una nuòva aria di solidarietà e vicinanza. Se un govèrno dunque avesse davvero intenzione di costruìre una società migliore, una “società solidalista”, come quella per esèmpio descritta nel libro “Perché è impossìbile cambiare il mondo – riflessioni di un eremita”, non avrèbbe nessuna difficoltà a realizzarla.
L’impressione è che dopo il coronavirus, quando tutto sarà ritornato alla normalità, molte còse nella mente degli uòmini e nella società e nei costumi saranno cambiate. Ma potrèbbe èssere una illusione, perché è impossìbile cambiare il mondo secondo le riflessioni dell’eremita. Ma ogni male non viène per nuòcere: a Tartamèlla non rèsta che lavorare al computer e dedicarsi a méttere a posto tutti i suòi scritti che da anni sono chiusi in un cassetto.

PERCHÉ È IMPOSSÌBILE
CAMBIARE IL MONDO – riflessioni di un eremita

Nel marzo del 2020 Tartamèlla, aiutato dalla chiusura del concorso haiku, dal cancro, dal coronavirus, potèndo finalmente dedicarsi alla sùa scrittura, dà alla luce un nuòvo libro che giaceva nei suòi cassetti da òtto anni: “Perché è impossìbile cambiare il mondo – riflessioni di un eremita”.
Da doménica 4 novèmbre a doménica 11 novémbre 2012, Piètro Tartamèlla, accettando l’invito e condividèndo il progètto Gent–Bang  di Ip Man e dell’associazione Viadagio,  ha vissuto da eremita nella barca Amatillo ancorata in un canale della cittadina di Gènt, in Bèlgio. Per quattro settimane, quattro divèrsi artisti si sono alternati a vìvere nella barca come eremiti; sènza televisione né radio, sènza telegiornali, sènza libri, sènza giornali, sènza computer, sènza connessione ìnternet, sènza cellulare, sènza corrènte elèttrica, sènza bagno, sènza acqua corrènte. Gli ùnici materiali che potévano avere con sé èrano quelli relativi alla pròpria arte.Tartamèlla aveva quadèrni e penne a biro per scrìvere. E ha scritto per sètte giorni a mano di continuo.
Nel libro “Perché è impossìbile cambiare il mondo – riflessioni di un eremita” che, tra l’altro, èsce in concomitanza con il coronavirus, coincidènza emblemàtica e straordinaria con valore quasi di preveggènza, Tartamèlla racconta nel dettaglio la sùa esperiènza quotidiana da eremita, rivelàndoci inoltre le infinite riflessioni che si sono succedute di giorno e di nòtte sènza órdine alcuno nel silènzio e nella tranquillità della barca. Si lègge nella prefazione: “…..In questi ùltimi cinquant’anni ci sono stati grandi progrèssi nella sciènza, nella medicina, nelle telecomunicazioni, nell’ informàtica, nell’astronomìa, nella cibernètica. Pòchi progrèssi nelle sciènze sociali e nella concezione della “democrazìa”. Confèsso che, dopo òtto anni che questo libro èra rimasto chiuso in un cassetto, hò avuto una cèrta urgènza, ora, di darlo alle stampe. Forse perché ormài sono alla sòglia dei settantadùe anni, forse perché lo ritèngo un pò’ il mìo testamento filosòfico–spirituale, forse perché vi è abbozzata la mìa provocatòria visione di una “società solidalista” che adèsso mi prème, finalmente, condividere”.
Caratterìstica particolare del libro è la sùa stesura con accentazione ortoèpica lineare, precisa scelta editoriale controcorrènte di Cascina Macondo, che consiste nella scrittura della lingua italiana con la règola di accentare obbligatòriaménte non solo le paròle tronche, come normalmente accade, ma anche le paròle sdrùcciole e bisdrùcciole, e di segnalare con l’accènto grave sulle sìllabe tòniche, il suòno apèrto della vocale “è” e della vocale “ò”, trasferèndo così al lettore tutte le informazioni ùtili e necessarie per un’esatta pronuncia della lingua italiana.

dalla prefazione: il crìmine più diffuso

“… In riva al mare respiriamo un’aria ricca di iòdio. In montagna respiriamo un’aria più fresca, ricca di ossìgeno. Inspiriamo iòdio e ossìgeno che entrano in noi, nel nòstro sangue e si diffóndono in ogni cèllula. Il furto, è l’aria speciale che respiriamo ovunque, non solo al mare e in montagna, ma in ogni luògo e in ogni momento della nòstra vita. È il furto il crìmine più diffuso. Per potersi infatti formare una cultura, per potér lèggere, studiare, scrìvere, viaggiare, sognare… milioni di persone vìvono rubando il tèmpo alla nòtte, al sonno, alla famiglia, al lavoro, alla salute, ai figli. Veri e pròpri ladri che rùbano il tèmpo ovunque. Sòffrono, òvviaménte, per non poterlo fare alla luce del sole.
Da molti anni gli editori, le bibliotèche, lo Stato, le scuòle, hanno iniziato a imbastire massicce campagne pubblicitarie sull’importanza della lettura, invitando i cittadini a lèggere di più. Cèrto, sono campagne funzionali, vòlte a véndere più libri e a diffóndere la cultura, ma sono anche campagne a doppio taglio, perché di fatto, se il tèmpo che hai a disposizione lo dèdichi a tutti i fronti della burocrazìa che ormài ha sbarre sèmpre più alte e ti schiaccia sèmpre di più, se lo dèdichi alle incombènze quotidiane e alle còse inderogàbili che occorre fare ogni giorno per vìvere, finisce che mentre da una parte sèi stimolato a lèggere, nello stesso tèmpo sèi stimolato a “rubare di più il tèmpo”. Quindi queste campagne èducano al furto, creando una mentalità, un atteggiamento, che spinge al furto del tèmpo, un atteggiamento che ti pèrmea pian piano. Si tratta solo di “tèmpo” è vero, ma il concètto sostanziale è sèmpre il “furto…”


SÈI LONTANO DA ME
sìlloge di 29 misurali e 31 corbèlli.

Nel tèmpo di angustia e di restrizioni del coronavirus, nell’aprile 2020, èsce la prima raccòlta di Corbèlli di Mariagrazia Dessi, a cura dell’editore sardo Gràfica del Parteòlla, con prefazione di Antonèlla Filippi.
Particolarità di questa sìlloge è che l’autrice si ispira ai Misurali di Piètro Tartamèlla, facèndo diventare un ùnico componimento l’accostamento del sùo Corbèllo con il rispettivo Misurale ispiratore.
Poiché i dùe nuòvi gèneri poètici, il Corbèllo e il Misurale, sono stati inventati ed elaborati da Tartamèlla, egli sènte l’antologìa come un graditissimo e tènero omaggio che Mariagrazia Dessi, dalla lontana e misteriosa tèrra di Sardegna, ha voluto fare al sùo amico poèta, anch’egli nato in un’ìsola, la Sicilia. Come se a dialogare fóssero le dùe ìsole. Un dialogo d’amore e d’amicizia, raffinato e dolce, un corteggiamento d’acqua e di sale.
“Sèi lontano da me” è la prima antologìa in assoluto, di Corbèlli e Misurali, che èsce in Italia e nel mondo. Mariagrazia Dessi ha avuto la bèlla intuizione e il coraggio di darli pubblicamente alla luce prima dello stesso Tartamèlla, volèndo così dichiarare all’amico lontano il pròprio affètto e la pròpria stima per l’impegno culturale e polìtico che egli per cinquant’anni ha profuso sèmpre con passione.


sèi lontana da me
quanto lontane sono
la prima e l’ùltima lèttera
dell’alfabèto

(Piètro Tartamèlla)


Sènza
ombra di dubbio
Zèta
e A sono lontane
nell’alfabèto,

ma non in zàgara
paròla che va
dritta al cuòre.

Me ne stò
perciò sotto
gli agrumi.

Mi unirà
a te il vènto.

(Mariagrazia Dessi)


IL VELIÈRO DI LATTA
33 RACCONTI (come Alì Babà e i quaranta ladroni meno sètte)

Ogni male non viène per nuòcere. Tartamèlla, approfittando dunque della chiusura del concorso internazionale haiku, della sùa nuòva avventura con il cancro, della mobilità impedita dal coronavirus che lo costringe a restare in casa, dà alle stampe nel dicèmbre del 2020 una nuòva antologìa che raccòglie 33 racconti scritti nell’arco della sùa vita e rimasti chiusi in un cassetto da tèmpo immemoràbile. Le illustrazioni sono state realizzate da Ajdi Tartamèlla, nome d’arte “Harmless”, la sùa figlia minore. La prefazione è redatta da Nagi Tartamèlla, la sùa figlia maggiore. In copertina la fòto di un manufatto in ceràmica realizzato da Anna Marìa Verrastro, sùa moglie. Insomma un libro di racconti dove tutta la famiglia Tartamèlla è stata deliberatamente coinvòlta.

LA STRADA
Da sèmpre Piètro Tartamèlla è un artista di strada. Ma egli ama dire che tutto ciò che fa nella strada: il raccontastòrie dentro il tepee indiano, il poèta amanuènse che in abito medievale scrive poesìe estemporànee e personalizzate su pergamèna, il poèta che batte i tasti della màcchina da scrìvere a tèmpo di blues, il ricamatore, il lettore di vèrsi, il contestatore gestazionale, insomma qualsiasi còsa egli faccia è in realtà un “pretèsto”. Ciò che egli ama veramente è la strada.
Un desidèrio?
Sì, fare una grande fèsta di poesìa con una rimpatriata internazionale dei poèti de La Tènda.

 

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Ultimo aggiornamento ( Sabato 18 Luglio 2020 06:44 )
 

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